Un affresco collettivo,
una botta di entusiasmo
Oltre quaranta i ritratti presentati da Massimo Ortalli (Ritratti in piedi, dialoghi tra storia e letteratura, La Mandragora, Imola 2013, pagg. 574, € 32,00), dati alla stampa raccogliendo i contributi pubblicati sulla rivista anarchica “A” in nove anni di assiduo, appassionato, puntuale lavoro di sistemazione. In quasi seicento pagine, sono racchiusi molti tra i variegati apporti diffusi, di recente o in passato, nell’ambito storico e letterario in seno all’anarchismo. Un’operazione davvero lodevole e ben riuscita, mai tentata prima da altri.
Ritratti credibili, come li definisce Paolo Finzi nella sua convinta e partecipata introduzione all’opera, riprendendo un motto dell’amico don Andrea Gallo: non mi interessa se tu sei credente, mi interessa che tu sia credibile.
Ritratti singoli o raffigurazioni plurali, voci corali o assoli, dai colori caldi o a forti tinte, non delineati seguendo una linea sequenziale, cronologica, e proprio per questo restituiti a vita autonoma, in un dialogo con ritratti reali. Il filtro della letteratura è ampliato da approfondimenti bibliografici, documenti, lettere, saggi storiografici e fonti iconografiche: frontespizi di riviste, schizzi, immagini delle copertine di libri, disegni serigrafati, locandine, manifesti, fotografie di ritratti “in piedi”, come quella eloquente del Primo Maggio anarchico, del 1913, riportata in copertina.
Gallerie di affreschi ispirati al titolo dell’opera di Gianna Manzini Ritratto in piedi del padre Giuseppe, amato, spesso incompreso. Un rapporto intimo, difficile da conciliare con l’impegno nella vita pubblica. Memorabili per lei, il Primo maggio passato con il padre o il cavalluccio sopra le ginocchia dondolanti di un buffo ometto con la parrucca e i baffi finti, quale si era presentato Errico Malatesta nella bottega dell’amico Giuseppe. Mentre fuori, il canto dei libertari si mescolava con “l’autentico brusìo della vita”.

Cavatori, operai, minatori, falegnami, calzolai, strampalati, bombaroli, ma anche scrittrici e giornaliste insieme a idealisti, intellettuali, romantici, sottoproletari ribelli, pacifisti tolstoiani, ministri anarchici, cavalieri dell’ideale o sognatori. Una trama cromatica accesa lega tra loro le figure: l’aver creduto e continuare a credere nelle proprie idee, rischiare in prima persona, resistere a testa alta e sperimentare sogni possibili, per cambiare un mondo che non si decide a cambiare.
Incontriamo ritratti come quelli di Pietro Gori, il grande poeta dell’utopia delle idee libertarie. Anche noi partecipiamo ai suoi funerali insieme alla sentita solidarietà delle popolazioni elbane e della Versilia attraverso le parole del bel romanzo Luigi Regoli anarchico di Angelo Toninelli. L’ autore ci accompagna anche in un viaggio storico nell’anarchismo agli inizi degli anni Settanta dell’ Ottocento: Un sogno d’amore di un’intera generazione che per prima, dopo l’unificazione nazionale, sulla spinta della Comune di Parigi, si fa internazionalista, rivoluzionaria, anarchica.
Accanto, i quadretti di Armando Borghi e dell’instancabile agitatore Malatesta, redattori del quotidiano Umanità Nova incarcerati ingiustamente, e di Luigi Fabbri, l’intellettuale visto con gli occhi della figlia Luce, dopo lo scoppio nel ’21 dell’ordigno al Teatro Diana di Milano: “È l’unica volta che ho visto piangere mio padre”. Morti vendicati e nefandezza in nome dell’anarchismo ne offuscano l’ideale di solidarietà ed emancipazione. Incrociamo anche il ritratto di Giuseppe Mariani, l’unico coinvolto nelle vicende del Diana e a scriverne, dopo aver maturato in 27 anni di galera il rifiuto della violenza.
Nell’ampia e ben allestita galleria ci imbattiamo anche in personaggi meno noti scovati con dedizione certosina. È il caso del ritratto dell’ operaia pisana Jessa Fontana scaturita dalle pagine di Una città proletaria di Athos Bigongiali, temuta già a 14 anni per il suo contributo attivo all’anarchismo. Battagliera, energica, pericolosa, il suo primo arresto, nel 1901 per “istigazione a delinquere”.
Accanto ai ritratti presentati dalla letteratura russa dell’Otto-Novecento, da Turgenev, a Kropotkin, Dostoevskij, troviamo autodidatti come Ausonio Zuliani, Tomaso Concordia, Umberto Postiglione che hanno dato dignità letteraria al teatro degli esclusi e dei sovversivi. Non teatro minore, ma alto strumento culturale di sensibilizzazione, coesione e identità, per un proletariato dal gusto fine e ricercato.
Vengono altresì riabilitati ritratti volutamente dimenticati da tanta manualistica in uso nelle scuole, come Metello di Vasco Pratolini.
La conferma che l’anarchismo da sempre ha rappresentato un’ interessante occasione di spunto letterario, anche con i suoi pregiudizi e stereotipi lo dimostrano le pagine d’appendice Il figlio dell’anarchico di Carolina Invernizio. Un ritratto collettivo di tutti gli anarchici dell’epoca che si intreccia ad altri stereotipi che convivono nella retorica letteraria in Duri a Marsiglia, di Gian Carlo Fusco: il bandito gentiluomo e l’anarchico in bilico tra legalità e illegalità.
Un affresco plurale quello della Banda Bonnot. Pino Cacucci, In ogni caso nessun rimorso tra ricostruzione storica e invenzione letteraria racconta la delicata questione dello scontro dialettico interno al movimento anarchico francese agli inizi del Novecento. Fanno da contraltare le Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, incarcerato perché ritenuto implicato nella Banda. Ne è tratteggiato un ritratto ricco di profonda partecipazione umana.
La funzione pedagogica del romanzo apre le porte della galleria su L’eroe della folla di Leda Rafanelli. Un ritratto in formazione quello del protagonista Lorenzo, verso la consapevolezza dello spirito libertario e delle idee di riscatto sociale, insieme all’altro ritratto dell’eroe Comunardo, un vero faro di riferimento per la classe che rappresenta e per la quale lotta.
Emblematica l’altra faccia di un’atavica e primitiva Puglia di cafoni e analfabeti. Terra nera di Giuse Alemanno, arida e avara di frutti, tuttavia, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, terra feconda poiché cultura anarchica e cultura contadina vi si fondono. Vediamo Bruttacapa- Malatesta, un ritratto “in piedi”, unica forma di resistenza al dilagante individualismo e contro la cultura dello sfruttamento. Ideali vivi, ancora pochi anni or sono, presso la comunità di Canosa di Puglia, la Carrara del sud, in cui ben si esprime tra le masse, l’ideale di libertà e fratellanza.
Ritratti onirici e fantastici, concreti e reali introducono nel romanzo corale Zero maggio a Palermo ben ricostruito da Fulvio Abbate nel ricordo del popolo della sua città intorno agli anni Settanta.
E come non lasciarsi appassionare da Caserio, garzone fornaio a Motta Visconti, ghigliottinato a Lione il 16 agosto 1894, poco più che ventenne, per aver attentato alla vita del presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Rino Gualtieri in Per Quel Sogno di un mondo nuovo ci introduce attraverso una cronaca romanzata nel quadro della Milano metropoli in formazione, città dello sfruttamento e delle ingiustizie. E nelle angherie cui erano sottoposti gli italiani costretti ad emigrare per lavoro in Francia, coglie le ragioni profonde del moto di protesta che hanno armato il fornaio. Ritratto controverso, dibattuto, amato, guardato con rispetto anche dall’opinione pubblica francese e dai giudici, per quel suo senso di giustizia profondo e di amore altruistico. Ci penserà invece Cesare Lombroso a tratteggiare del contadino fornaio un ritratto da psicopatico: l’epilessia ereditata dal padre in Caserio prenderà forma di “epilessia politica”.
Sempre a Milano, il lucido ritratto di Pino Pinelli è delineato da Camilla Cederna e da Licia Rognini, moglie di Pino. Lei stessa un altro bel ritratto “in piedi”, per la sua caparbietà, il coraggio, la capacità di resistere e a non lasciar perdere, come emerge dalla toccante conversazione riportata da Piero Scaramucci. E il volo di Pinelli dal quarto piano rappresentato in un’atmosfera surreale ironica, grottesca e sarcastica da Dario Fo, interprete straordinario di quella controinformazione sulla strage di Milano, che ha cambiato la storia del nostro paese.
E tra tanti altri da scoprire passeggiando nella galleria, conosciamo altresì la resistenza nella guerra civile spagnola attraverso i ritratti di Buenaventura Durruti e di Enrique Castillo. Oppure l’autoritratto di un anarchico, meccanico d’officina, antifascista, con le sue memorie dal carcere e dal confino, fino all’internamento nei campi di concentramento, e nel lager di Dachau per motivi politici.
La prospettiva dei ritratti in un affresco di colori luminosi e ombreggiati non poteva che condurci oltreoceano. Il Brasile, terra mitica, meta di emigrazione di molti libertari italiani. Ne fa un ritratto corale Zélia Gattai, nel suo fortunato racconto autobiografico Anarchici, grazie a dio in cui traspare grande umanità e coerenza ideale dei libertari italiani, nel loro grande sforzo di lotte sociali ed emancipazione.
Edgar Rodrigues documenta altri due bei ritratti: Oreste Ristori, fondatore del giornale La Battaglia, uno degli organi brasiliani di propaganda più diffusi e importanti, insieme a quello di Alessandro Cerchiai, collaboratore di Ristori oltre che netturbino, tornitore e grande “maestro”.
Sempre in Brasile, Alfonso Smith, giornalista brasiliano, attraverso le memorie scritte dallo stesso fondatore Giovanni Rossi sotto lo pseudonimo “Cardias”, ci presenta la Colonia Cecilia fondata a Palmeria, nel Paranà. Il villaggio di canne chiamato “Anarchia”, con la sua azienda agricola e la bandiera rosso e nera issata su una palma, dove vige la consapevole legge non scritta: “ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni”.
Per Laura Pariani, Dio non ama i bambini nella terra dell’oro: l’Argentina. Con i suoi convertillos, sorta di comunità autonome, sembra replicare le corti venete, lombarde, piemontesi, luoghi di origine degli emigrati. Dove si riproducono solidarietà e miseria, dove i più piccoli sono vittime di sanguinosi fatti di cronaca. Pagine in cui compare Fortunato Serantoni -un figlio morto perché non c’era denaro per curarlo- attento testimone dell’impegno dei libertari, anche di quelli di lingua spagnola.
E poi il Messico, sempre attuale. Con Il collare spezzato di Valerio Evangelisti, tra una moltitudine di personaggi conosciamo due fratelli anarchici Ricardo e Enrique Flores Magón, le influenze che esercitarono su tutto il movimento rivoluzionario del Messico, e le sollecitazioni per capire cosa ancora agita il presente.
Insomma, Ortalli riesce a farci apprezzare le proposte presentate nella sua galleria anche grazie a una scrittura chiara, invitante, fluida. E il piacere della lettura delle quasi seicento pagine di sguardi plurali invita a un ulteriore dialogo aperto. In particolare con i lettori che non conoscono questo mondo, ma rappresenta altresì una sollecitazione rivolta a tanta parte delle giovani generazioni virtuali, dai pollici ipertrofici e dalla testa china, cresciute con grandi fratelli, dragon ball, playstation e telequiz.
Per questo, all’antologia si dovrebbe ricavare uno spazio negli scaffali delle biblioteche pubbliche e in quelle scolastiche. L’affresco plurale della galleria ha infatti valore di testimonianza. Ritratti che hanno saputo credere, lottare fino in fondo, continuare a sperare e sognare che un mondo migliore sarà possibile. Una botta di entusiasmo, di speranza per il presente, un invito ai giovani ad alzare la testa e mettersi “in piedi”.
Claudia Piccinelli
vedi Link: Rassegna libertaria