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Tra diagnosi e peccato

La devianza
come malattia?

Il saggio ben documentato di Chiara Gazzola (Fra diagnosi e peccato. La discriminazione secolare nella psichiatria e nella religione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2015, pp. 276, € 24,00) pone sotto la lente focale, in una dialettica passato-presente e in un’ottica globale, le interferenze delle istituzioni mediche e religiose nelle scelte dei singoli “ Da sempre esistono individui che hanno l’esigenza di sottrarsi all’omologazione. Troppo spesso le istituzioni interpretano i bisogni altrui attraverso giudizi dentro i quali si nasconde il potere per discriminare ed esercitare un controllo emotivo”.

L’autrice, di formazione antropologica, dimostra attraverso un approccio storico, sociologico, antropologico come la diversità sia considerata indice di irrazionalità e insensatezza, una minaccia al corretto funzionamento dell’ordine morale e sociale. Sottolinea il carattere ambiguo, soprattutto nell’ambito della classificazione delle malattie mentali in psichiatria: l’anomalia, come antitesi di normalità, è irretita da attributi morali. L’ambito psichiatrico contribuisce ad alimentare il nostro pregiudizio rispetto a ciò che per noi è alienazione mentale, follia. Per altre culture, invece, rappresenta l’esternazione di uno spirito che porta ad agire al di sopra della volontà delle persone, l’anomalia sociale è interpretata in funzione del bene della collettività e inserita in un contesto di credenze condivise.Ogni cultura sviluppa i propri valori di riferimento attorno a ciò che desta meraviglia.

Per le società arcaiche, ogni deficit di salute è una carenza di armonia, un’interruzione del flusso vitale.
La curatrice o il curatore -strega, sibilla, sciamano, stregone- è figura ammantata da una sorta di “diversità” ed è indispensabile alla comunità, ma non ha potere decisionale. Il potere si fonda sul prestigio.

Lo studio della “cultura popolare” dimostra che la sopravvivenza collettiva dipende dalla condivisione del sapere, un forte legame con la natura e un vitale rispetto tra gli individui.

Per Joyce Lussu, la ricerca dovrebbe far uscire dal silenzio la “storia negata”. In particolare: “La storia della medicina popolare è un aspetto della storia generale che mette in rilievo l’inventiva e la creatività delle donne pur nella loro condizione subalterna”. Ancora: “Recuperare la storia delle donne nella storia generale dell’umanità vuole dire in primo luogo ritrovare la fiducia nelle capacità di costruire un avvenire diverso”.

La civiltà tecnologica, supportata dalla ricerca scientifica, ha dato un nome alla patologia e una logica razionale alla cura e ci ha inserito in un contesto di rottura dell’equilibrio.

Per un approccio alla terapia, la fiducia è indispensabile all’efficacia della cura stessa. Nella voce corale delle testimonianze raccolte, ricorre la richiesta di ascolto, conforto alla sofferenza. Si chiede Gazzola: “Quando la relazione tra individui è disturbata da burocrati, agenti di controllo e giudici o si attua all’interno di progetti nei quali il poter fare si basa su rapporti di forza, può avviarsi un rapporto di reciprocità?” Le ingiustizie evitabili generano un dolore spesso impossibile da accettare.

Il tentativo di risolvere una sofferenza è un percorso di resistenza interiore. Per Jacques Lacan, lo stato di crisi esistenziale mette nella condizione il “folle”, nel disordine del mondo, di imporre la legge del proprio istinto, che è la legge della libertà. C’è una sottile e discriminatoria linea di confine fra prendersi cura e gestire l’aiuto, come ben dimostra l’ analisi su etnopsichiatria e flussi migratori, presentata nel terzo capitolo: quando l’aiuto si risolve nell’indirizzare la persona straniera ai servizi psichiatrici, anche una certificazione può tradurre una difficoltà esistenziale in una diagnosi. Così il pregiudizio può essere sintetizzato nell’ “innata incapacità di adattamento alla cultura ospitante”.

L’assistenzialismo è il volto buono delle istituzioni totali. L’esclusione viene attuata ogni volta in cui si crea una categoria o una situazione che susciti scandalo, un risentimento sociale al quale si abbina una giustificazione “scientifica”. Le aree di studio dell’etnopsichiatria pongono attenzione ai fattori ambientali e sociologici, ma giustificano una cura farmacologica chiamando ogni conflitto con il nome di una patologia. Pertanto si esclude una soluzione attraverso un approccio culturale e relazionale.

Difficoltà di comunicazione e divergenze culturali si risolvono incanalando corpi e menti attraverso regole imposte. Quando testimonianze di donne stuprate ricoverate in ospedale psichiatrico vengono smentite dai responsabili della violenza, si ricorre alla diagnosi di “delirio di persecuzione”. Allo stesso modo, il lessico psichiatrico traduce un’esperienza drammatica in un disagio da curare, così il timore di essere fraintese si trasforma in una sofferenza inascoltata.

Il saggio riflette altresì sulla non completa comprensione, da parte di osservatori esterni, delle esigenze con le quali culture subalterne plasmano la propria spiritualità. Ne scaturisce l’esigenza di imporre uniformità e consenso rendendo “omogenea” ogni spiegazione, credenza o scelta etica. La Chiesa, con la contrapposizione tra anima e corpo, da sempre ha indotto a disprezzare i bisogni di quest’ultimo. Il Malleus Maleficarum sarà lo strumento ideale degli inquisitori per la caccia alle streghe, personificazioni di tutti i mali del mondo, validi capri espiatori per l’unica entità politico-religiosa mediatrice verso il bene. In seguito, nuove esigenze di razionalità formuleranno definitivamente la devianza in termini di malattia. Con il tempo, il termine “isteria” si diffonderà anche negli organi di informazione attuali, fino a definire “manifestazioni isteriche” azioni di protesta dei movimenti dell’antagonismo sociale. Estasi e visioni si tradurranno in “deliri dell’ascesi”, a donne che abbiano ricevuto la canonizzazione della santità verrà abbinata una diagnosi di isteria e nevrosi.

Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, tra i vizi capitali, il peccato teologico dell’accidia -abbattimento, pigrizia – è dovuto a un venir meno della fede per un’assuefazione dei piaceri esteriori. E se in altre culture il vuoto emotivo è “ozio creativo”, la psichiatria lo cura come depressione. Pur in assenza di risultati esaustivi delle ricerche neuroscientifiche, per le donne si continua ad asserire una maggior predisposizione dovuta a componente ereditaria genetica. Gazzola evidenzia come si trascuri il condizionamento culturale in una società contraddittoria omologante, nella quale è facile percepirsi inadeguate, soprattutto se il contesto affida valore a una persona solo per il ruolo che svolge.

Ancora: la religione istituzionalizzata sintetizza in superstizione ciò che la psichiatria riconduce a malattia. Ne sono un esempio i riti, dalla forte valenza simbolica, elaborati nelle culture popolari: dal tarantismo salentino alla possessione dell’ argia in Sardegna, dai culti agrari, alle cerimonie vudu – ormai sparse in tutto il mondo – alla macumba brasiliana e all’hadra magrebina, capaci di allontanare spiriti maligni con musica e danze vorticose.

Nelle conversazioni riportate a conclusione del saggio – pregevole quella con Giorgio Antonucci – Michela Zucca, antropologa, commenta: “La condivisione, la solidarietà, la spinta ideale collettiva aiutano a superare le sofferenze individuali. Se una persona è coinvolta e impegnata in un progetto riuscirà più facilmente a non cadere nel malessere: in questo senso la lotta è terapeutica”.

Giorgio Antonucci, medico, in Diario dal manicomio scrive: “Non è detto che una persona debba attenersi per forza alla vita empirica invece che essere fantasiosa, specialmente se il sognare a occhi aperti le è utile per vivere, e non è detto che debba rispettare i pregiudizi e le convenzioni della società quando queste le divengono intollerabili”.

Un saggio, dunque, degno di interesse e atten rinnovata fiducia riposta nella capacità di elaborazione insita nel nostro pensiero: “Quando il desiderio di libertà ispirerà l’elaborazione emotiva e la volontà di riscatto, abbracceremo le nostre utopie riqualificando l’esistenza”.

Claudia Piccinelli

vedi link: Rassegna libertaria