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Teresa, classe 1927. Una vita in trattoria

Quando sentivo arrivare  qualcuno vicino alla camera, sotto il materasso nascondevo anche i libri. Perché se leggevo perdevo tempo e non lavoravo.

Teresa ora abita nella sua casa, per andare a Rudiano. Nelle stanze  al piano terra, dentro, ci aveva ricavato un barettino. Passando sulla strada lo si riconosceva per le insegne del gelato esposte. Del resto, in quella zona non c’erano bar, e a lei è sempre piaciuto stare con la gente. 
Loquace, disinvolta nei suoi ottantasei anni, è una bella signora. Un tipo asciutto, energico. Teresa è esile e magra: “Mi chiamavano Stringa”, racconta sorridendo scoprendo le braccia sottili. L’incarnato chiaro “era il pallore della gente del Piemonte”, così le dicevano alcuni suoi clienti che arrivavano da quelle parti. “Un pallore trasparente, bello, non da malata”, ci tiene a sottolineare. Si viene trasportati nel suo passato, ma è come se dalle sue memorie Teresa non si  fosse mai separata.

I primi anni alla “Porta Rossa”

Nel ’50 mi sono sposata. Ho fatto arrivare il modello del vestito da sposa, da “Eva”. Una gonna lunga, a mezza gamba, stretta, a portafoglio e il soprabito di trenta centimetri più corto della gonna. Nessuna aveva un abito così. Mi guardavano perché era un modello mai visto. Me l’hanno cucito le sorelle di mio cognato. Ho ordinato io la stoffa, da Scalvi. Dopo il matrimonio ho disfatto gli orli e le pieghe, l’ho riadattato e lo portavo. Il tessuto, in gabardine con la trama  grossa, il soprabito blu. Il sotto, un tessuto in grigio perla. La giacca, con una parte del collo a punta e una rotonda. Camicetta in seta pura, una seta bella, fine, non come quelle di adesso.  Tutta ricamata da me. “Eva” era un giornale proibito. Mi piaceva per via della moda. Lo nascondevo sotto il materasso. Quando sentivo arrivare  qualcuno vicino alla camera, sotto il materasso nascondevo anche i libri. Perché se leggevo perdevo tempo e non lavoravo. Da ragazza, potevo leggere “Il Corriere dei Piccoli”. Mi ricordo ancora come incominciava: “ Il signor Pampuria è assai contento di esser qui in questo momento”.  Su “Eva” ho preso anche  la ricetta della  “Tisana Kélemata”, dimagrante. Così insieme al  pensiero di cominciare una vita nuova, sono dimagrita molto. Comunque, dopo la cerimonia del matrimonio, tutti gli invitati a casa  per la festa. I miei parenti a casa mia, quelli di mio marito a casa sua. Alla sera sono partiti dalla cascina di lui, al confine con Castelcovati, con tutti gli invitati. Davanti, quattro o cinque suonavano il violino, mandolini, chitarre. Venivano a prendermi. Tutti a piedi, come un corteo, mi accompagnavano a casa del  marito, alla “Porta Rossa”. Mi sono trovata a vivere con tanti parenti  mai conosciuti prima. E con i suoceri, e i suoceri dei suoceri. Pensa un po’!  Aiutavo a lavare i piatti e in campagna. Li ho stupiti tutti, un giorno. Con una carta argentata delle sigarette “Africa”, ho fatto un’ochetta. L’ho appoggiata su un muretto e con un fucile di lusso, a doppia carica, ho sparato e ho fatto centro. Non credevano che sapevo sparare. Avevo imparato da mio padre, andavo a caccia  con lui.

In trattoria a Castelcovati e a Chiari

Nel ’57 sono andata ad abitare a Castelcovati, vicino alla chiesa con i miei figli e mio marito. Avevo una Singer e sapevo cucire. Facevo tre impermeabili al giorno, in tessuto di nylon a quadrettini blu e marrone, due cuciture alle tasche, e il carré doppio, dietro e davanti.  Per gli uomini un cappello o il berretto. Sgasinavo tutto, così restava bello rigido. Invece, per le donne  il foulard.
Poi ho aperto una trattoria e nel ’62 ne ho avviato un’altra a Chiari. Quell’anno, ho fatto Sant’Antonio a Castel e San Faustino a Chiari. Si chiamava  “Trattoria Stefanelli”, con la scritta sopra il muro “ Vini meridionali”. Sì perché  prima lì c’era la cantina.  Vendevamo  i vini meridionali dolci, nelle scodelline. I primi clienti arrivavano prima delle sei in bicicletta e prendevano il treno per Milano. Una scodellina di vino o il caffè. Il nostro era il caffè “Leone”. Tornavano alla sera e io preparavo già le scodelle sul banco. Una scodellina costava cinque lire. Quei treni li sento ancora adesso, verso le cinque e alle sei e qualcosa. Mio marito è morto a 47 anni. Sola con tre figli ho dovuto sempre darmi da fare. E mia suocera Santina aveva perso il suo unico figlio.  Io la chiamavo mamma e ci davamo del tu. Lei stava in cucina.  Preparava il primo per gli ufficiali giudiziari, giudici, avvocati, ispettori delle banche, uffici del registro. Ai meridionali bisognava mettere il peperoncino. Per gli impiegati un piatto di buona pastasciutta con il burro e salvia o al pomodoro, perché tanti volevano risparmiare.

Teresa, sullo sfondo la Trattoria Stefanelli

Faceva tutti i giorni la polenta gialla sulla stufa a legna. Si accompagnava con la gallina lessa ripiena, così si sentiva bene il sapore della gallina. Nel  ripieno di formaggio, pane, uova e prezzemolo ci scioglieva anche il concentrato di pomodoro. Era un ripieno più gustoso, rosato. Solo lei lo faceva così. Io  prendevo la polenta a cucchiaiate, ancora quasi cruda e la mangiavo in piedi. Mangiavo sempre in piedi io. Quattro, cinque minuti e avevo già pranzato.  Anche adesso faccio fatica a sedermi a tavola. Ma la nostra specialità era la trippa. Venivano in trattoria, per quella scodella di trippa lì. La faceva i giorni di mercato, un giorno sì, un giorno no. Bisognava tagliare la trippa tutta a mano. Per fare in fretta, ho comprato la macchinetta, ma mi stavo tagliando le dita. L’ho mandata indietro e ho continuato a tagliarla a mano.

(La testimonianza continua)