Un’ umanità in balìa degli eventi, sradicata dalla propria terra e costretta a inseguire l’ignoto e sconosciuto miraggio, forse l’utopia di una vita “altra”. Una storia ancora da raccontare, quella di chi è rimasto in terre d’Istria, di Fiume, della Dalmazia e quella di chi è partito. Chi è rimasto nutre il risentimento verso chi se ne è andato perché si sente abbandonato a un destino ingiusto. Chi è partito si sente escluso dalla propria terra di origine e subisce allo stesso modo il senso di estraneità nella nuova terra. Nell’immaginario sono i profughi, gli sfollati, gli esuli.
E’ concessa la facoltà di optare per la cittadinanza italiana a quanti, residenti nei territori passati alla Jugoslavia, siano di “lingua d’uso” italiana. Succede anche prima della firma del Trattato di Pace del 10 febbraio 1947. Italiani che in quelle terre erano nati, si illudevano di essere a casa loro. Sono invece costretti ad abbandonare le terre d’Istria, di Fiume, della Dalmazia perché considerati degli “occupanti”. Complesse vicende non solo del dopoguerra, anche di amarezza, rancore, ingiustizia caratterizzarono e continuano a minare questi territori, prima austriaci, poi italiani, in seguito jugoslavi e ora croati. Decisioni prese a tavolino dai potenti, cambi di bandiera determinano la sorte, il destino di sofferenza di intere comunità. Un’umanità in balìa degli eventi, sradicata dalla propria terra e costretta a inseguire l’ignoto e sconosciuto miraggio, forse l’utopia di una vita “altra”. Esuli sparpagliati in giro per il mondo a ritagliarsi uno scampolo di qualche nuova patria che li ospiti. E magari accolti a fatica.
Nelida Milani, lo sradicamento di chi è rimasto
Nelida Milani, polesana, classe 1939, decide di rimanere . Fa parte della minoranza italiana in Croazia. Frequenta scuole croate e difende la sua terra, a partire dalla conservazione della lingua perché non venga sepolta sotto la sabbia delle colline istriane. Per anni linguista presso la Facoltà di Pedagogia dell’Università di Pola, già vicepresidente della Sezione italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia, è scrittrice bilingue italiano-croato, una delle pochissime scrittrici
italiane, tra i nativi, ad essere pubblicata anche in Italia.

Nei suoi due racconti di memoria scritti in lingua italiana confluiti nel libro Una valigia di cartone (Sellerio Editore, 1991) coglie lo sradicamento di chi è rimasto nella propria terra : “ mi a casa parlo crovato, a scola talian e in strada talian e crovato. Cossa son mi, talian o crovato?”. Espressioni ingenue e profonde di uno scolaro rivolte alla sua maestra, ma cariche di struggente verità restituiscono lo smarrimento di chi si sente senza radici. La difficoltà, per chi è rimasto, a leggere nomi di strade e di luoghi in una lingua che non gli appartiene, a rivendicare la propria italianità ferita mantenuta viva dalla musicalità della parlata istrio-veneta, di chi è minoranza linguistica e culturale. La lingua italiana tradita e ridotta nella sua capacità di esprimere l’alto potenziale di significati, costretta a sopravvivere a stento nei nomi e nei cognomi. Nelida Milani riesce a mantenere il suo cognome italiano, mentre i fratelli, iscritti dopo di lei alla scuola croata, si sono visti correggere il cognome in Milanovich e forse, come è successo ad altri, insieme negata anche la propria identità. “Eravamo già Milanovich sotto l’Austria, poi con l’avvento del fascismo e la politica di italianizzazione forzata hanno resentato il cognome che è diventato Milani, ma ora veniva resentato di nuovo”. E nei suoi scritti sembra di sentire la voce di questa parlata istrio-veneta, che sopravvive a Monghebo, Pola, Visignano, Montona, Castellier, Parenzo … arrancando tra lo scirocco e la bora.
Le testimonianze
Terre d’Istria, di Fiume e Dalmazia. Terre di incontri e di scontri, di matrimoni dove tutto si è mescolato. In pochi restano, in tanti decidono di andarsene.
1947: Sotto a chi tocca! Si dà sfogo alle vendette all’insegna di alterne bandiere. C’è bisogno di un colpevole, di un capo espiatorio di volta in volta diverso. Bisogna applicare la doverosa legge non scritta “occhio per occhio, dente per dente”. Italiani, gli “indesiderati”. Tutti, senza distinzioni. Pressioni combinate, violenze, occultamenti rivolti altresì a sollecitare l’allontanamento degli italiani. Anche di quelli sovraccarichi di responsabilità di fatti mai commessi. Se ne vanno commercianti, contadini, insegnanti e impiegati che avevano dovuto chiedere la tessera per poter lavorare alle dipendenze di uffici durante il periodo fascista, senza mai aver aderito al fascismo. Italiani! Punto! Nient’altro! E’ successo anche a Jolanda e a Gemma Bernes , due donne che appartengono all’umanità “degli andati” poi ospitate nel campo profughi di Chiari.
Jole profuga di Fiume
Nel 1950, Jole arriva da Fiume al campo profughi di Chiari. Si sposa e diventa clarense d’adozione. Nel 2002 riceve una comunicazione dalla prefettura di Brescia : un fratello, in Croazia la sta cercando. Si trova ad Albona, in Istria. Al telefono risponde una signora, dice che Benito, il fratello, è morto nel 1999. Così apprende in quello stesso momento di avere un fratello e subito di averlo perso. Partita per Albona, Jole conosce i figli di Benito, tre maschi e due femmine, una si chiama come lei, Jolanda.
“ Non ho mai conosciuto nemmeno la mamma, rimasta sotto i bombardamenti nel ’44. Lavorava in ospedale, a Fiume. Sono stata accolta e cresciuta in una nuova famiglia. Questi genitori hanno deciso di andarsene da Fiume e mamma Meri è andata a Zagabria a firmare sul passaporto che c’ero anch’io. Non mi avevano spiegato molto, non sapevo bene perché, ma avevo capito che era meglio far fagotto e ho scelto di venire anch’io in Italia con loro. Ma in centro a Fiume sono arrivati dei militari. Hanno portato via i miei genitori perché gli ùstascia volevano che mio papà mettesse la camicia nera. Allora un’amica della mamma, Zora, mi ha portato con lei qualche giorno a casa sua, nella città vecchia. Sono arrivata in Italia solo con mamma Meri. Da Fiume mi porto il profumo del mare e il sapore delle palacinche”.
Gemma profuga dell’Istria
“Mi chiamo Gemma e abito a Chiari. Sono nata nel ’37 in una bella casa a Santa Domenica Visinada, vicino a Parenzo. E sono italiana. Il mio cason con tre ettari di bosco è abbandonato. Se non mi faccio viva entro sei mesi non sarà più mio, perché dopo sessanta anni che non ti fai viva, non si è più padroni.
-Io, Bernobic Anna, madre di Cesare, lascio a Gemma tre ettari di bosco e il cason-. Nell’ ’80 sono andata a Parenzo e all’ufficio del catasto c’era scritto proprio così, perché io ero la prima figlia”.
Casa natale di Gemma Bernes, a S.Domenica di Visinada, entroterra istriano vicino a Parenzo, ora territorio appartenente alla Croazia (inizi anni Cinquanta)
Claudia Piccinelli
vedi link: Il Giornale di Chiari