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Goffi, il primo in piedi a sinistra

Pietro Goffi, Balì,classe 1935 . Un bambino del Cunvintì

Mi conoscono come Tom, nome che davano a mio padre. Avevo nove anni, mio fratello sette.  Mio papà e mia nonna Beta ci hanno tirato dietro dalla casa di via Cambranti dove sono nato, fino al Conventino, vicino alla chiesa di Santa Maria.

Quando la mamma stava bene mi portava con lei da Bono, nella cascina verso Castelcovati. Facevano i cavallotti, poggiavano le foglie de mur, di gelso. Si dovevano prendere le gallette, pulirle. Si è ammalata ai polmoni, è andata ad Arco, con il bambino il terzo figlio, quello più piccolo, malato anche lui. Sono arrivati i Tedeschi, allora l’hanno trasferita al Sant’Antonino di Brescia. E’ morta il 9 maggio del ’44. Anche il bambino è morto. Me la ricordo bene mia mamma. Una donna bella, un bel portamento. Faceva il cucucc con le trecce. Quando è morta gliele hanno tagliate.

Capivo che sarei andato al Cunvintì

Mio papà, sarà stata dura anche per lui, da solo, con due figli, poco lavoro. Lo sentivo anche prima che mi avrebbero portato al Cunvintì. A casa, quando è andata via la mamma, io e mio fratello, due anni più piccolo di me, aspettavamo la nonna Beta, veniva a svegliarci. Ci mettevamo alla finestra che dava sul cortile, dove si vedeva anche quella della nonna. Piangevamo perché non arrivava. Di giorno, un po’ sul viale del ricovero a giocare, un po’ in giro. Mi diceva – lì trovi un posto da mangiare, ben vestito, in ordine.

Anni molto tristi

Invece era come entrare in una prigione. Quando sono andato militare, non mi sono accorto. Anni molto tristi anche per la disciplina, gli orari. Alla mattina il signor prefetto dava la sveglia. Un dormitorio grandissimo, un casermone per una trentina di maschi dai sei ai diciotto anni, orfani di un genitore o di tutti e due, o con genitori ammalati, o poveri. E per andare a dormire, la camicia da notte lunga fino ai piedi. Toccava rifarsi il letto. Ci faceva dire il rosario prima di andare a dormire. Sapeva tutte le orazioni. I compiti al pomeriggio. Un antipatico, troppo severo. Noi lo chiamavamo “al pe fret”. Io difendevo i miei compagni quando erano castigati. Magari non avevano i calzini sistemati bene.

Il prete metteva le monache sull’attenti

Poi tre suore. Guglielmina, la più tremenda, quella della cucina madre Tarcisia, la più buona. Arrivavano delle donne del paese, le aiutavano a lavare le lenzuola con la cenere,  nei pentoloni con sotto il fuoco.  Don Moletta, bravo, metteva sull’attenti le monache. I cappelli e gli ombrelli per noi  loro non li tiravano mai fuori, altrimenti si rovinavano.  E quando c’era lui si mangiava di più.

 Sui bottoni della divisa, O M

Dovevamo sempre cambiare i vestiti. Alla mattina, la divisa di uscita, andavamo a scuola in Rocca, poi i vestiti di casa. In settimana la divisa e il mantello. Ma non si poteva ammantellarsi, non era elegante. I pantaloni corti fino a 12 anni, poi belli lunghi. Gli zoccoli, con la tomaia di cuoio duro, nei feriali. Anche alla messa, a scuola, ai funerali.  Troc troc troc, quando passavamo noi era come sentire una squadra di soldati. Solo alla domenica le scarpe, alte fino alle caviglie. Al sabato dovevamo lucidarle bene. In primavera la giacchetta a righe come quella dei carcerati. Le calze di cotone  in estate, in inverno di lana, scure, fatte a mano, ma roba grossa, non come quelle di adesso. Eh, ma  d’inverno i piedi non si scaldavano a continuare a cambiare calze. Alla domenica, a messa la divisa bella, il  cappotto blu di panno con i bottoni grossi colore d’oro. Sotto, la giacca sempre blu con i bottoni d’oro. Ma sui bottoni c’era O M,  orfanotrofio maschile.

A messa e al lavoro, prima della scuola

Prima di andare a scuola eravamo già svegli da quattro ore. Messa prima in San Faustino, solo alla domenica in Santa Maria. Dopo la messa, ognuno il suo compito, chi in cortile, chi in refettorio, il dormitorio, lo studio del prefetto. Nel cortile c’erano due maiali, lasciati liberi, sporcavano. Bisognava corrergli dietro con la paletta e pulire.

Il bagno vero, due volte all’anno

 Uno alla volta nel mastello, gli altri dietro prendevano l’acqua sporca. Ci lavavamo nel lavandino lungo, cinque o sei rubinetti, con l’acqua gelata. Si prendevano i geloni. E per chi era un po’ delicato di salute gli davano l’olio di merluzzo, un cucchiaino. Una puzza che era una meraviglia. Qualcuno aveva uno scatolino e lo buttava lì, così non lo beveva. Per tutti, una volta al mese, un bel bicchiere di alluminio con sale amaro, per purgarci.

Minestra di zucca e polenta

A colazione, una scodella di latte, a pranzo la minestra. Me lo ricordo bene quell’odore di minestra con la zucca, che ancora adesso non ce la faccio più a mangiarla la zucca. Pastasciutta poche volte. Una fettina di carne e la polenta. Quella sempre. La facevano in un paiolo enorme. I più grandi  giravano la manovella del paiolo così si mescolava. La toglievano con il mestolo e la mettevano nei catini. Otto o dieci castagne bollite. Ma i più grandi facevano gli scherzi, trovavano una scusa che era caduto qualcosa, tu ti abbassavi, così ti prendevano una castagna. E tu ne avevi una in meno.

Ore di ricreazione

Io stavo con mio fratello, non  parlavo tanto con gli altri. Ci davamo i soprannomi. Io ero Cariӧla- non ho mai capito il motivo- un altro Pluto, un altro Sorga. A volte litigavamo anche. Si giocava a cimbela, tipo libera, a bandiera fazzoletto, a pèta, a tric e trac. Cantavamo Ciapa al tram balurda ciapel te che me so surda, tric e trac lassel andà, tric e trac lassel andà. Si passa il sasso, faceva rumore sopra il bitume. Chi si sbaglia o si incanta via è eliminato.

Alla colonia elioterapica

A luglio, si partiva dall’oratorio di Campagna fino alla colonia elioterapica dove c’è adesso il campo sportivo. Marciare, ginnastica. La maestra era Clara Salvalai, la direttrice la signora Cadeo, era anche mia maestra di scuola. Ah, si teneva bene, sempre col cappellino. Mi ha bocciato.

Gite a piedi e in montagna

Le gite a piedi al santuario di Adro e in montagna, a Sant’Antonio di Corteno Golgi, sopra Edolo. Con il camion, seduti nel cassone, sulle panche, con don Luigi Moletta. Preparavamo il nostro letto,  un materasso fatto di sacchi riempiti  di fieno  da mettere sul pavimento di legno. Senza lenzuola.  Canottiera,  mutande, toglievamo gli scarponi, uuuh, nella stanza un profumo speciale !

Imbottivo le sedie

Ho finito le scuole internazionali, fino alla quinta. A dodici anni sono andato da un certo Carlo Faglia nel cortile dei Pandiani. Ho imparato a imbottire le sedie e a lucidarle. E la signora: “Pietro, vieni a pulirmi le scale” . Pensavo di prendere la mancia, invece…un pezzo di pane, era anche duro. Ci mandavano a imparare un mestiere, così dopo fuori dal Conventino potevamo guadagnare qualcosa.

Via dal Cunvintì  per una fetta di salame

Mi hanno mandato via dal Conventino insieme a Viola, per una fetta di salame. Avevo 17 anni. Eravamo in montagna a Pertica Alta. C’era l’aria buona, avevamo sempre fame. Era venerdì di magro e siamo riusciti a  comprarci un po’ di salame. Il prefetto e il prete ci hanno rispediti a Chiari, da soli. Da Pertica alta a Marmentino, poi in corriera fino a Brescia e a Chiari. La prima volta che andavamo in giro da soli. Quando la gente ci ha chiesto cos’era successo, abbiamo detto la verità, che mangiavamo poco. Forse ne hanno avuto a male. Ci hanno mandato fuori con un paio di braghe di tela e la maglietta. Dovevo andare a lavorare il giorno dopo e non avevo il cambio.

Non si racconta volentieri

Sono tornato da mio papà, aveva cambiato casa,  in via Quartieri. Adesso quando ci incontriamo, noi del Conventino, diciamo che quei ricordi non sono belli, non si raccontano volentieri.  E’ come un risentimento. Ci è mancato tutto, sfortunati.  E la vergogna, tutti i funerali, le processioni erano le nostre. Noi a testa bassa, la gente ci guardava e sentivi “ Ardei lé chei del Cunvintì”.

1981, seconda festa del Cunvintì