A Chiari, la Polistil è stata una vera manna. Ha dato lavoro a tanti, soprattutto alle donne. Arrivavano anche dai paesi vicini. In molte case, alle gnarelle con una mezza intenzione di studiare:“Studià tat a fa chi pò, va’ ala Polistil, posto sicuro, garantito, il tuo stipendio coi contributi, a vent’anni ti sposi. Mia bel isé ?”
Memorie di un lavoro: il racconto di Nerina Gozzini
Un reparto nei capannoni della ferrovia, la Polistil è nata lì. I titolari milanesi, Sala e Agrati, nel 1966 hanno trasferito lo stabilimento nella zona commerciale di via Brescia. Ho lavorato dal ’66 all’ 1985, fino alla cassa integrazione, poi la ditta si è associata con la “Sebino”, a Cologne, dove producevano anche Ciccio bello. Non vedevo alternative. Così mi sono decisa a dare vita a un sogno: gestire un negozio tutto mio. Per quattordici anni ho aperto una cartoleria a Roccafranca, fino all’ età della pensione. Ce l’ho fatta. Comunque, la mia prima busta paga alla Polistil, quindici giorni di lavoro 168milalire e 80centesimi. Ah, una bella soddisfazione, anche di mia mamma, perché le paghe si davano in casa.
Polistil, macchinine in tutto il mondo
Del marchio Polistil facevano la reclam in televisione. Molti compratori venivano dall’estero. Le macchinine, anche quelle telecomandate, dalla Lamborghini alla Cinquecento, le Ferrari Formula 1, le piste a circuito hanno fatto il giro del mondo. Tutte belle anche le moto, curate nei particolari. Tu dici, una moto così piccola, eppure aveva proprio tutto, persino il suo cavalletto. A me piaceva il sidecar con la carrozzella, veniva spruzzato con una vernice che sembrava terra, come se avesse fatto motocross. Oggi si trovano ai mercatini vintage, si comperano in internet e tanti hanno in casa intere collezioni. Le compravano per i bambini, ma ci giocavano i grandi.
Non c’erano cape donne
Allora nelle ditte ci entrava il padre, il figlio, i cugini, tutti parenti. Io sono stata assunta dal direttore, si chiamava Garavaglia, milanese. Arrivati da lui era fatta. Un colloquio e : “ Te ghe voia de lavurà? Va ben va ben ! passa dalla Camera del lavoro per i documenti, il libretto”. Lo ricordo, proprio una bella persona, autorevole , ma giusta, ti sapeva ascoltare. Un bel gruppetto di donne, quattrocento e più, e solo un centinaio di uomini. Gli ultimi anni, più di seicento dipendenti, la maggior parte donne. I capi reparto e vicecapo erano uomini. Non mi ricordo di aver avuto una capa donna. Quelle che portavano la vestaglia gialla erano capotavola, responsabili di una catena, dieci donne su una catena. Partivi dallo stampato nudo al prodotto finito e imballato. Chi aveva la vestaglia gialla credeva di avere un potere sulle altre: “Faccio vedere subito chi comanda qui”. Ho visto diverse ragazze piangere. Le nuove arrivate le facevano correre in giro come matte a cercare qualcosa che non c’era. Succedeva anche agli uomini, però.
Da operaia alla catena di montaggio…
Prima, come operaia alla catena di montaggio manuale e quella ad automatismo: un macchinario rotondo con le formine. Ognuna di noi doveva mettere le ruote, a tempo la macchina si spostava. Un’altra agganciava le portiere, alla fine del giro, la saldatura. Il controllo della capotavola, per la verifica. Nel reparto verniciatura, La Rolls Royce grigia argento me la ricordo bene con quei sedili in velluto rosso. Ne ho spruzzati tanti, con una vernice apposta. Dovevi essere brava altrimenti si formavano i grumi. Tre, quattro pezzi con spruzzi di prova, ma quelli li regalavano per il gioco della pesca nelle feste del paese. Se toccavi i sedili quando erano asciutti sentivi l’effetto del tessuto. Ma che puzza di
vernice ti rimaneva addosso !

Non è un mondo di frutta candita
Il mio capo, prima era al controllo generale del reparto montaggio, passava per i tavoli. Io all’inizio, lui a tre quarti. Avvitavo con i cacciaviti ad aria. Mi chiama ad alta voce: “Gozzini, non sono avvitate bene quelle macchinine lì, controlli”. E io : “Venga lei a controllare”. Arriva con la sua divisa nera sventolante, non se la abbottonava mai. Prova con un cacciavite e vede che le mie viti erano ben avvitate. Allora, dal nervoso prende le macchinine e le butta in terra. Io le ho raccolte e portate in ufficio, perché, insomma, anche quelle contavano nella produzione.
Quando nel ’76 è diventato caporeparto : “ Gozzini, da oggi andrà nel reparto piste perché io ho deciso così”. E io : “Voglio sapere il motivo”. Ho preso il mio sgabello, l’ho portato alle piste , e sono andata in ufficio: “ Io non sono un pacco”. Il capo del personale sapeva già tutto. Sono rimasta al reparto piste con la promessa di avanzare di categoria. Dopo una settimana ritorno con lo sgabello al mio reparto. Mi ha lasciato lì due ore e più, poi mi ha assegnato un posto. Dopo pochi mesi volevano qualcuno per i turni 6-2 sui blister, per confezionare le macchinine. Ho accettato, ero indipendente. Lui entrava a sorpresa per vedere se lavoravo.
Una sera, era estate, nove e mezza, pioveva, entra : “Gozzini, le ho portato l’ombrello perché piove forte”. Esco. Io davanti a piedi sotto il diluvio, lui dietro in macchina : “Salga, che la accompagno a casa”. Ma io, dritta sulla mia strada. Entrata alle Due lanterne, mi hanno dato un ombrello. E via ancora a piedi lungo tutto il viale, e lui dietro in macchina. A casa sono arrivata fradicia, ma contenta. Non gliel’ ho data vinta.
…a capotavola con la vestaglia gialla
Dopo due mesi il capo mi chiama: “Avrei intenzione di farla capotavola”. Vuol dire che sei responsabile di una decina di operaie per una certa produzione. E io: “ Senta, le faccio le mie proposte: scelgo io le ragazze, proviamo due mesi”. Mi sono presa tutte ragazze appena entrate, così non subivano quello che ho passato io. Severa, sì ero severa. Quando c’erano dei turni morti, senza materiale, non sopportavo il tavolo in disordine : “Puliamo ognuna il nostro posto, una passatina in terra e poi siamo libere. Non permetterò che ci si alzi, bisogna curare il proprio posto, avere tutto in ordine e a portata di mano, lavori meglio”. Se capitava qualcosa, ho sempre coperto le mie ragazze. Facevo notare lo sbaglio, glielo sistemavo io il lavoro. Ma non mi è mai successo di andare in ufficio a lamentarmi di loro.
Amicizie di una vita
Ancora oggi, tutte mi salutano. E’ un grande piacere sapere che hanno stima di te. Con tante ragazze ho coltivato l’amicizia anche fuori dal lavoro. Poi alcune si sono trasferite a Milano, a Pavia. Le Acli organizzavano vacanze, con don Luigi a Cortenedolo, ci divertivamo un sacco. Erano anche i tempi delle balere. Suonavano i complessi. Al Kaluà di Orzinuovi i Pooh erano di casa. Allora non erano così famosi, giravano tra la gente, ti davano la mano, si fermavano a parlare. E che canzoni, quanti lenti ! Oggi posso dire, vecchie e vere le amicizie di allora, quelle che ti legano anche se non ti incontri, amicizie di una vita. Come Camilla, rivista dopo dieci anni di lontananza, ma è stato come esserci lasciate solo ieri.
Claudia Piccinelli
link: Arturo alla Polistil Chiari Album