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Cascina Tesa a Maclodio

Le mani nella terra. Il racconto di Maria

Maria Tomasoni, classe 1933, ultima di sette figli, da Castione della Presolana in val Seriana,  a Maclodio, nella pianura della bassa bresciana.  Donna minuta, ma tenace e volitiva è riuscita a tenere le redini dell’azienda di famiglia,  che ancora oggi vive. Un lavoro fatto di gesti quotidiani di cura e un ruolo centrale nelle decisioni importanti.

Il racconto di Maria, dalla valle …

Dalla val Seriana, da metà settembre a metà maggio, si scendeva con il nostro bestiame, una ottantina di mucche, qualche pecora, qualche maiale. Tutti a piedi, con i carretti e i cavalli, una bella carovana. Dopo svariate soste a Lovere, Vello, Iseo nelle stalle per fare riposare gli animali si arrivava ai paesi della pianura. Ricordo ancora i nomi dei proprietari che ci vendevano il fieno per le nostre bestie: i Nodari a Berlingo, a Trenzano i Lazzaroni, i Bianchi a Lograto, a Pievedizio i Bellini. Ogni due o tre anni si cambiava. Ci davano una stanza bella imbiancata, poco mobilio. Qualcosa con il san martino, nella nostra povertà, portavamo anche noi. Tutto in regola: un contratto scritto con la firma del mediatore. E il padrone si impegnava con le regalìe: tot quintali di frumento, tot di grano tot di legna. Anche il mandriano ricambiava: qualche stracchino, un po’ di burro,  latte… Eravamo considerati ricchi perché avevamo molto bestiame. Mio padre portava il gilè, e il portafoglio sempre dalla parte del cuore. Direi che più che altro eravamo onesti.

 …..alla cascina Tesa, a Maclodio

 Nel ’59 con mio marito sono andata ad abitare nella cascina Tesa a Maclodio, insieme alla sua famiglia. Case grandi, chiare, asciutte, un bel solaio, due pozzi. Tutto col cotto e mansardato. La stalla grande, con le mucche, i buoi, quattro cavalli. Mio suocero ci è arrivato nel 1928. La cascina prima era proprietà della contessa Morando.  Il terreno era paludoso. Per questo tanti campi li chiamano bisce. Ogni campo della cascina ha il suo nome: biscia della Tesa, biscia della Martina. La Tesa è stata costruita nel 1910, l’anno del passaggio della cometa. E c’è proprio una cometa incisa su una piastrina in cotto, sulla parete. E c’è anche un bel mosaico della Madonna all’ingresso. A maggio, quando si dice il rosario, le rose -ne ho un’infinità  di gialle, rosa, rosse, quelle rampighine-  spargono un profumo intenso mescolato a quello del gelsomino, del caprifoglio e si sente da lontano.

Cascina Tesa a Maclodio

Coltivare e allevare

Allora non c’era spazio per i fiori -a me piacciono tanto – solo alcuni nell’orto di mia suocera e le piante di frutti. Poi ho cominciato a  coltivare il mio orto e lo coltivo ancora. Cresco i conigli e le galline. I maialini non li ho più, per via dell’odore e rispetto per i vicini. Nel mio orto metto di tutto. E devi entrarci ogni giorno per vedere se manca l’ acqua o spuntano  erbacce. Per la prima semina, metto piantine di pomodoro e melanzane, peperoni, zucchine, verza cappuccio e sedano. Nella seconda semina, la verza per l’inverno. Se vieni nel mio orto nella bella stagione è come andare in un’erboristeria: il profumo dell’alloro- un bel cespuglio grande- si mescola con quello del  basilico, salvia e rosmarino. Non mancano le piante da frutta, cinque di mele, fichi, prugne, albicocche, perine. Quelle di cachi non le abbiamo più, peccato!

Le mani nella terra

Io il lavoro lo cerco. In questa stagione è sotto la neve. Non godo niente. Tra un mese, a marzo, ti vien voglia di orto. Mi piace mettere le mani nella terra, toccarla, sentirla. Una vangata, un po’ di stallatico e se il tempo permette si fanno le file con lo zappino e comincio a seminare. E quando raccogli, la soddisfazione: “Sono capace di fare qualcosa”! Quando prepari la tavola e c’è tutta questa roba e il tuo lavoro, ti senti davvero orgogliosa. A marzo ricomincio ad allevare pulcinotti, coniglietti. In agosto ne allevo altri, così ne abbiamo per tutti.

Preparare e conservare: la preparazione del cibo e la sua conservazione segue il ritmo delle stagioni e esprime premura verso gli altri, per poterne disporre anche quando non ce n’è.

Preparo la salsa con pomodoro, basilico e cipolla e poi faccio tanti panetti da due, quattro porzioni e li metto in frizer. La giardiniera l’ho sempre preparata ogni anno. In un pentola, carote, peperoni, scalogno, sedano, cornetti, qualche broccolo a pezzetti. Un litro di aceto bianco, un bicchiere di olio di semi, un bicchiere di sale e uno di zucchero -sì perché deve prendere l’agrodolce- . Già al secondo bollore è pronta. La metto nei vasetti per l’inverno. Metto via anche i peperoncini, quelli a incrocio con i pomodori.
La marmellata di fichi, quella piace sempre. Ma è molto buona anche quella di pomodori verdi, acerbi. Verso fine agosto raccolgo i pomodori piccoli verdi che non maturano più, ogni chilo 4 etti di zucchero, li taglio a pezzetti e aggiungo mezzo limone con la buccia. Cuocio tutto in una bella pentola, con il coperchio. Passo al setaccio e  metto la marmellata ancora bollente nei vasetti di vetro, li capovolgo e aspetto che si raffreddino. Così la marmellata si conserva anche un anno.

Maria ha mandato avanti l’azienda di famiglia con  cura, passione, collaborazione e un forte senso di responsabilità

Nell’89, rimasta vedova e con tre figli, ho mandato avanti l’azienda di famiglia. Sentivo di avere una grande responsabilità, ma ho fatto tutto con passione. Era il  mio lavoro. In estate, nei campi strappavo le erbe infestanti e di notte capitava di far compagnia a  mio figlio Beppe quando doveva irrigare, alzare le paratoie. Di buonora portavo la colazione all’operaio nei campi; panini, una banana, un termos di caffè. Ma prima avevo già accudito tutti i miei animali e dato da bere ai miei fiori. Si coltivava barbabietola da zucchero, era un buon raccolto, ma poi abbiamo smesso.
Il campo a frumento, orzo fino a giugno, poi soia. Se l’autunno è bello si può fare anche un bel raccolto. Tutto dipende dal tempo che fa, se hai l’acqua. Se non c’è, sacrifichi la soia per bagnare il mais, perché ha più bisogno. Devi decidere cosa è meglio fare. Alla fine,  prendevo io le decisioni. Segnavo tutto sul calendario: il tal giorno, seminato questo campo, concimato tot, tot essicatoi. Così c’era un confronto  un anno con l’altro.

Tante carte, pagamenti, andare per uffici. Cose  delicate, a quelle ci pensava mia figlia Giovanna.
Oggi, con Giovanna vado a vedere i campi.  Il campo è come il nostro corpo, lo devi conoscere e averne cura: può aver bisogno di una sostanza e non di un’altra. Bisogna saper volergli bene, non lo puoi trascurare. Poi lui ti ripaga. Magari un anno ti dà di più, un anno di meno. Ma ti ripaga.

Sono le donne, in famiglia, a tramandare il lavoro e la passione per la cura della terra

Oggi si sente molto la crisi perché il mais viene dall’estero. Se vendevi il mais a 40.000 lire al quintale, oggi prendi sì e no 15euro. Allora io ripeto sempre ai miei figli: “Del superfluo si può fare a meno”.  I fiori, quelli non sono superflui, danno vita. Oleandri bianchi, rosa, di tutti i tipi, alla siepe, nei vasi. Fiori, fiori, fiori.

-Sarà un caso che la prima figlia si chiami Margherita?-

Gerani alle finestre, sulla loggia. Con la loro fioritura a cascata sono davvero belli, danno  armonia. Lascio un po’ di spazio anche ai fiori da cimitero, astri, fior di pesco, la spirea, un bel rametto elegante, bianco. Se entri in un posto e non vedi un fiore, sembra un posto triste. Anche se è una bella casa, senti che manca qualcosa, manca vita. Anche i fiori hanno bisogno delle tue cure, ogni giorno. Stare a contatto con la terra dei campi, dell’orto, dei fiori…non sto recuperando una tradizione: io questi lavori li ho sempre fatti. Come  li ho imparati da mia mamma, così Margherita ha deciso di coltivare la vigna e produrre vino in Monferrato. Si è trasferita lì per amore.

Claudia Piccinelli

vedi link: www.pianura.altervista.org