L’ultima àncora
prima del vuoto
Brigitte Schwaiger, scrittrice e poetessa austriaca, classe 1949, esordisce giovanissima, con la sua prima opera Perché il mare è salato?. Ricompare dopo anni di malattia e cure psichiatriche con Lasciarsi cadere. Racconto da un mondo minore (traduzione di Giovanni Giri, Edizioni Gran vía, Narni – Terni, 2013, pp. 134, € 11,80). Molto più di un’autobiografia, la scrittura convulsa a tratti liberatoria di Schwaiger trova spazio nella Collana altrevie, aperta anche a nonfiction novel, memoir e alle autrici e autori meno omologati. Il racconto da un mondo minore squarcia le ombre che si abbattono sulla psiche di una donna dalla scorza tenera, fagocitata da un padre medico, fanatico del lavoro, nazista, molestatore di bambini. Una nonna sopravvissuta al campo di Theresienstadt e una madre guardiana della morale, facciata da borghese. Donna rigida, ostile, chiusa, sempre da assecondare, morirà suicida a sessant’anni. Intanto, le mortificazioni attanagliano l’infanzia, un bambino è cattivo se non vuole bene ai genitori.
In seguito, sensi di colpa per la morte del padre, rimorsi per avere contratto un matrimonio cattolico non voluto, gli aborti, un figlio, il divorzio, l’omosessualità repressa confessata come un delitto. L’indigenza economica e l’umiliazione di una scrittrice che non riesce più a scrivere, la creatività trasformata in psicosi. La vergogna di andare per strada sbronza con il certificato di povertà.
E da beneficiario di sussidio sociale a malato psichiatrico il passo è breve. Nelle pagine, una critica anche alla società e al sistema sanitario austriaco: “Come si può vivere in Austria con una malattia mentale, la burocrazia e la prepotenza dei suoi uffici?” Ancora: “In Austria, nessuno deve morire di fame, ma la gente muore di fame psichicamente”. Poi il ricovero alla clinica Otto Wagner, nel Baumgarten Höle.
A dispetto della bella architettura floreale, immersa in un parco boschivo con sentieri fin sulla cima della collina, qui finisce la dignità di ogni essere umano. Sozialschmarotzer, parassiti sociali, feccia dell’umanità. La malattia mentale deve essere nascosta. Si gira con una chiave al collo, e chiusi nei letti gabbia quando non si prendono le medicine.
L’accoglienza è un ferro freddo sul torace per scuotere i sensi, in attesa di vegetare nella struttura rifugio-lager dell’istituzione totale.
Il risveglio comincia con il male di vivere. Farmaci producono senso di sicurezza, suppliscono all’assenza di chi dovrebbe prendersi cura. La malattia trascorre nel mutismo quotidiano del lavoro a maglia, alla ricerca spasmodica di una giustificazione per meritarsi il diritto a vivere, e strapparsi le sopracciglia per mostrare al mondo la propria ferita.
Fino alla convinzione che solo chi è “normale” ha diritto alla vita. Un sollievo la lettura, le camminate lente tra i sentieri del parco. La sopravvivenza nell’ergoterapia, a pelare le patate il giorno di turno in cucina o distrarsi nelle ore di uscita per la spesa, sempre con le medicine in borsetta come una carta d’identità. Brigitte Schwaiger rimette a fuoco i materiali della sua psiche in continua lotta con le sovrapposizioni baluginanti di voci e immagini.
Sferzano come fulmini nella sua scrittura allo stesso tempo lucida ed eruttiva. Turbinii di pensieri e parole vagolano in tondo senza posa dentro una mente creativa e visionaria. Il tormento dell’anima si lenisce: “Scrivere è la via più lunga”, permette di ritardare l’ora del “diritto alla dolce morte”, con dignità. Nel 2010, la forza generatrice e affannata approda al silenzio.
Un’autobiografia del dolore, quindi, e di testimonianza della scrittura come un’ultima àncora, prima di lasciarsi cadere.
Claudia Piccinelli
vedi link: Rassegna libertaria