I fantasmi di Stajano,
per capire il Novecento
“Il non poter sapere dà una triste impotenza.
I documenti sono soltanto scheletri che vanno nutriti di carne.
Come possono delle carte far riascoltare voci, rivedere gesti, captare sguardi, far capire lo spirito del tempo?”
La stanza personale e intima di Corrado Stajano (La stanza dei fantasmi. Una storia del Novecento, Garzanti, Milano 2013, pp. 280, € 18,80) è un deposito di Storia.
Piccole cose, petites madeleines suscitatrici di memoria occupano gli scaffali della libreria. Un punteruolo, un piccolissimo liuto, bossoli vuoti, soldatini di piombo,cornicette con medaglie al valore, fotografie saltate fuori da una scatola metallica dei droghieri. Il tempo, come immobilizzato, viene ri-cercato, lo spazio ri-costruito. Di immediato impatto emotivo la prospettiva diripresa dal basso, quella che fa parlare gli oggetti come giocattoli dimenticati, cianfrusaglie sparse, testimoni inconsapevoli. L’arte maieutica di Stajano li restituisce alla vita. E convince, coinvolge, quel dare voce agli indizi, dettagli preziosi del “Secolo breve”, e agli altri fantasmi che si fanno testimoni concreti, in un dialogo – anche se a volte muto – con la Storia.
Con la sua scrittura chiara, precisa, fluida, a tratti poetica l’autore ci conduce, quasi prendendoci per mano, in un viaggio nella Storia del Novecento. A partire dalla sua microstoria alla ricerca delle proprie radici, incrociando altre storie. Un tempo ritrovato in luoghi intimi, in spazi pubblici. Incursioni della memoria, mai indolori.
Testimonianze rigorose, ben documentate, affidate ai taccuini. Carlo Emilio Gadda, volontario interventista, comprende solo sul campo e racconta cosa è stata la disfatta di Caporetto. Di un’altra guerra ci vengono restituiti, con sereno e ironico distacco, i bombardamenti su Londra dal gran diario di Churchill. Mentre, nel suo rifugio segreto, in un sottoscala, si decide il destino del mondo. E altri bombardamenti ricostruiti dal narratore a partire da schegge di ferro rimaste sullo zerbino e conservate con cura fino a diventare familiari. Confessa: “ero un instancabile raccoglitore di bossoli vuoti”.

Trovano posto anche gli scritti dell’amico partigiano Nuto Revelli, ritratto immobile in una fotografia, dietro lo spigolo di un muro della grande stanza. “Ero amico di Nuto, passai lunghe giornate a parlare con lui. La guerra era il suo pensiero dominante, l’8 settembre un’ossessione”. Anche i diari depositati in archivi storici della Resistenza vengono interrogati, ma dei molti partigiani caduti si conoscerà solo il nome di battaglia.
Note, appunti di un sinistro viaggio dell’autore in Grecia, proprio nel 1967, durante il colpo di Stato dei colonnelli, e fotografie di carri armati davanti al Parlamento che faranno il giro del mondo, sono richiamati alla memoria dall’inquieto Auriga di Delfi. È infilato nel vetro della libreria della stanza da più di quarant’anni, e lo scrittore si sente ammonito dalla fissità dolorosa del suo sguardo, quasi volesse metterlo sempre in guardia a cogliere per tempo gli insulti alla libertà. Quindi, Stajano interroga gli indizi del passato per parlare di noi, del nostro presente. In questo modo, siamo costretti a calarci nella quotidianità, a esistere in modo vero, in un rapporto dialogante con la Storia.
Il merito sta proprio nel proporci una narrazione della storia da una prospettiva inedita e svecchiata, non antiquaria. Una Storia che ci riguarda. Lo scrittore come un archeologo scava in profondità, si interroga sulle motivazioni che hanno mosso le azioni, ma anche sullo stato d’animo, i pensieri intimi e profondi, il dolore di chi ha preso parte davvero alle vicende narrate, e di chi è rimasto. In una cornicetta liberty, la fotografia ritrae il padre, capitano, seduto con il moschetto sulle ginocchia. Dietro di lui, in piedi, la gerarchia. Tre tenenti, e gli altri nella vecchia uniforme dell’esercito regio. Forse la Grande Guerra è finita da poco.
“Che cosa hanno visto in quegli anni di guerra, sul Montello, sul Monte Grappa, sul Monte Nero, sull’Isonzo, sul Piave? Hanno ucciso con quei moschetti simili ora a pezzi di legno inanimati? Hanno visto da vicino i loro soldati maciullati, i corpo a corpo cruenti, hanno avuto paura del fragore delle granate o sono riusciti a mascherarla?”. Considerazioni sulla crudeltà della guerra sono affidate anche alle pagine di scritti letterari. Altre fonti visive restituiscono luoghi, piazze e scenari di conflitti planetari.
Come le tele dei “war artist”, Graham Sutherland e Henry Moore. Le immagini surreali dove la vita non conta, insieme a descrizioni minuziose di fotografie di guerra, ci rendono ancora più complici. Tra molte altre, si è colpiti da una fotografia, quella della madre, di forse vent’anni nella fotografia del matrimonio, con i capelli raccolti a crocchia e una rosa appuntata sul petto. Il cuore di quella donna, la madre, come tante altre donne, si sarebbe fatto sentire erigendo una muraglia di fermezza e coraggio per difende i propri figli la notte della perquisizione nella casa da parte della Wehrmacht. Anello forte, autorevole “non le servirono le parole”.
La ricerca si snoda dei luoghi affettivi depositari di storie stratificate. Il nonno contadino, ricco proprietario “con il genio della terra”, la sua Terramata. Uno che “pensa in grande”, ma poco interessato alla politica. Luoghi sui quali si sovrappone la scrittura letteraria di autori che ci conducono in un viaggio lungo la campagna virgiliana e la valle del Po. Ma è la testimonianza diretta dell’autore a guidarci verso la città natale, Cremona, con la sua piazza delle fucilazioni e la Caserma del Diavolo, dove ora c’è la scuola per l’artigianato liutario e del legno che porta il nome di Antonio Stradivari.
Invece, dal groviglio della memoria, un pezzo di legno color carminio, modellino di fabbrica, si dipana e riporta a galla la vicenda tremenda di Walter Alasia, terrorista delle Brigate rosse, assassino e vittima, rievocata dal fratello Oscar. Sono gli anni dopo l’autunno caldo e la strage di piazza Fontana che ha dilaniato Milano e l’Italia. Gli anni del golpe in Cile, del referendum sul divorzio, delle stragi di piazza della Loggia a Brescia, del treno Italicus, del periodico Il pane e le rose. Decine di morti innocenti.
La riproduzione della carta a colori della Sicilia dove compare ancora capovolta “l’appendice dello stivale di cavaliere”, secondo le spiegazioni della maestra di Como, è occasione per un prossimo arcaico viaggio della memoria. Aspre tappe insidiose ripercorrono la terra che è stata nutrita dalla presenza di popoli diversi e che è la terra d’origine del padre, fin da ragazzo sottotenente del 65° Reggimento fanteria, ma poi prigioniero in un lager perché “ha prestato giuramento al re, non al fascismo”. Poi la Sicilia dei Gattopardi superstiti, tra pasticcerie e caffè, locali preferiti decenni dopo da uno dei capimafia. E l’incontro con Lucio Piccolo, incoronato d’alloro da Montale, così appartato e schivo, e diverso dal cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Infine, la Sicilia della Conca d’oro, tanto densa di fascino, e di morti ammazzati.
Così, a mano a mano, attraverso questi viaggi inquieti della memoria, scaturiti dalla penna di un grande scrittore, “i fantasmi che aleggiano in una stanza possono diventare davvero entità di carne, ossa, sangue, fonti battesimali di un tempo perduto e ritrovato”.
L’immagine conclusiva è rappresentata dalla famosa stanza traballante di Van Gogh, fissata nel colore del celebre dipinto, emblema di una vita non pacificata. Allo stesso modo, il groviglio nella stanza dei fantasmi non si è del tutto dipanato. Molti interlocutori della Storia che hanno lottato per un’Italia migliore, “i superstiti della libertà”, offrono il loro passato tribolato alle generazioni che verranno. Tuttavia, per Stajano, oggi è venuta a mancare anche la speranza.
Allora, all’autore non resta che affidare alle parole poetiche di Eugenio Montale, suggellate in Riviere, quell’esile filo di speranza da infondere nelle nuove generazioni. Ma già quest’ultimo bel lavoro, sofferto e generoso, credo possa rappresentare un’apertura, un varco, poiché offre chiavi inedite di una Storia del Novecento, lontana dagli approcci accademici oppure libreschi di tanti manuali in uso nelle scuole. Perché, dentro i fatti, di fronte alla Storia ci siamo noi.
E la prospettiva che Stajano riesce a restituire con la sua scrittura, scavando nell’anima di quanti hanno partecipato della Storia passando negli interstizi di altre storie, andando oltre i fatti, è già uno spiraglio di attesa fiduciosa. Quindi, non romanzo di un’autobiografia, ma racconto di una Storia del Novecento, umana e “partecipabile”. Condizione per elaborare un pensiero riflessivo e critico, promessa di libertà, individuale e collettiva.
Claudia Piccinelli
vedi link: Rassegna libertaria