Negli anni Cinquanta, Alessandrina Capitanio, Rina classe 1921, aveva una latteria in via Zeveto al numero 27.
La figlia Anna ricorda quando era piccola
Il latte in paese lo andavano a prendere con la bottiglia in latteria. Alle cinque del mattino arrivava fresco nel bidoncino dalla campagna. Mi sembrava quasi caldo. Si doveva consumare in giornata. Lei lo versava nelle bottiglie con la cassina e l’imbuto. Si regolava col misurino col manico a riccio di alluminio da un quarto, mezzo litro e un litro.
Il giorno dopo trovavi quasi tre dita di panna e se volevi potevi fare anche il burro. Lo metteva in frigo. Dopo sono arrivate le bottiglie sigillate. Sul muro “Latteria” scritta sopra la porta e appesi i cartelli con la lista di quel che si vendeva. Biscotti, zucchero – sfuso nella carta color zucchero- latticini, robiole. Sulla bilancia il foglio già tagliato secondo la misura, con la paletta si metteva lo zucchero. Compravano anche solo un etto e poi si incartava.Anch’io ho imparato a incartare, con tre dita da una parte e tre dall’altra, per riuscire a chiudere bene il pacchettino. Così anche per il formaggio grattugiato. Le donne sempre con la loro borsa, in vimini, grande, o quella con i manici di ferro che man mano metti la spesa si allargava la stoffa. Via dalla lattaia, la frutta, il prosciutto. La spesa tutti i giorni, pochi avevano il frigorifero.
In via Zeveto trovavi tutto
Parti dalla Palazzina: i fruttivendoli, Valentino il salumiere, le sorelle Bellagamba parrucchiere per signora. Saragozza dell’altra salumeria, l’ Uguaglianza, il barbiere e il bar di Utumana, che era il bar Italia, il macellaio Pagani, che il negozio è rimasto uguale ancora adesso. Si faceva credito col libretto della spesa e il pro-memoria l’aveva anche lei. E quando mia mamma metteva al banco mio fratello, lui non conosceva i nomi dei clienti, allora segnava: dato alla macarela un litro di latte. Se zoppicava: venuto uomo zoppo, venduto due etti formaggio. Oppure, dato biscotti signora col cappotto marrone a quadri. E mia mamma capiva al volo. La gente aveva pochi soldi: “Rina, go mia posibilità” E lei: “Preocupet mia, pasa ’n altra olta”.
Si aspettava, ecco. Ma alla fine pagavano tutti. Non è come oggi nei supermercati che se non li hai, devi lasciar giù la spesa. La più generosa era la tabachina Iolanda di via Zeveto. E’ stata lei a fare coraggio a mia mamma: “Rina, dài, apri bottega, che se c’è bisogno io non mi tiro indietro, una mano te la do volentieri”. Insomma -lo diceva sempre – non è stato facile passare dalla campagna al commercio, e con cinque figli ancora da tirar su. Nel retrobottega cucinava con la bombola del gas. E a una certa ora si cominciava a sentire il profumino. Arrivava il barbiere, Toni della frutta e chi capitava. Tiravano fuori il loro pane e puciavano nei sughi dello stufato, costine, arrosti -più pucino che carne, neh!- E lei li sgridava, ma si capiva che faceva finta. Figurarsi, loro la chiamavano mamma!
Ricamava i nomi in corsivo.
Quando c’era un attimo di calma, prendeva la macchina Necchi a pedali – ce l’abbiamo ancora- e col tamburello tirava bene la stoffa bianca. Non so come faceva, tutti ci siamo chiesti, a scrivere in corsivo tutto a mano libera i nomi dei bambini che andavano in colonia. Si andava con don Luigi, a Moneglia, Sestri Levante. Poi si ritagliavano le listerelle col nome ricamato in corsivo e si cuciva sui cappellini, magliette, mutandine, pantaloncini, fazzoletti. Arrotondava così- diciamo-le piaceva ricamare e le rendeva anche qualcosina. Ricamava i nomi anche per i ragazzi che andavano in seminario.
Prima di andare a scuola passavamo in latteria dalla mamma.
Al mattino, a casa ci preparavamo da soli, mio papà andava a Milano a lavorare, prendeva il treno delle sei. I più grandi aiutavano i più piccoli. La mamma voleva controllare se eravamo in ordine, il grembiule, il fiocco, le scarpe pulite. Non era tanto per salutarla, ma perché ci dava le golia, quelle piccole, con la stellina sopra la carta. E se non ce le dava, prendevamo di nascosto i cioccolatini, quelli piatti, con dentro le noccioline e la carta dorata. Dal fornaio Begni io compravo una colombina di pandispagna, piccola, leggera -che buona un sapore…- la incartava al momento con carta fine, da fornaio.

Ha mandato avanti la latteria da sola.
Se non si poteva muovere mandava lo scarpolino Cilì a prendere magari le robioline da Trevisi se erano finite. Mio papà alla domenica – la latteria era aperta- ci faceva il bagno, tagliava i capelli, preparava da mangiare e ci portava a messa. Per forza, altrimenti lei come faceva? Quando ha smesso la chiamavano “la latera écia”, non che era vecchia, ma per dire “quella che c’era prima”. Poi al suo posto è entrata la sorella della Cisirina -che la chiamavano così perché lavorava dal dottor Cisirì.
In via Zeveto è rimasta quasi nove anni, io ne avevo già quindici. Poi abbiamo comprato una casa al villaggio Olimpia, prima abitavamo nella palazzina in via Ospedale Vecchio. Ma lei si sentiva isolata. Così la salumeria in via Marengo, sull’angolo di via Isidoro Clario, dove ci servivamo, l’ha rilevata lei. E si è rimessa a lavorare. Stanca morta, ma la vedevamo contenta. L’ha fatto anche per mio fratello che tornava da militare, ma lui ha preso un’altra strada. Così siamo subentrate io e mia sorella Giannina. E’ mancata dieci anni fa. Da piccoli ci faceva filare tutti. Aveva bei modi. Sbagliavi? Ti prendeva con le buone. Mai visto litigare i miei genitori. Però-mi hanno detto dopo-loro litigavano, eccome! Ci mandava tutti in colonia, così si rilassava. E quando era il momento di partire: “Ecco, finalmente! Così almeno la casa rimane pulita per un po’!”.
“Non lasciate niente nel piatto, anche il Signore è sceso da cavallo per prendere una briciola”. Prima di mangiare, il segno della croce e l’Angelus, tutto in latino. E noi, seduti a tavola, rispondevamo, ma senza capire e con le mani giunte.
