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Il sogno americano di una sposa di guerra

Si sente orgogliosa perché la gente non l’avrebbe mai creduta un’italiana. Nel suo racconto autobiografico,  non si definisce un’emigrata. Non parte con la valigia di cartone. Marcella Olschki, scrittrice e giornalista fiorentina, classe 1921, nipote del fondatore della casa editrice “Leo S. Olschki” di Firenze, è una sposa di guerra. Insegue l’illusione americana insieme ad altre cinquecentosessanta spose.
A  trentanove anni di distanza, rievoca la sua avventura oltreoceano durata un anno e mezzo.

Lascia affiorare alla memoria l’entusiasmo dei suoi venticinque anni rivissuti attraverso le lettere che quasi ogni giorno raggiungevano la famiglia. Nell’ottobre ’45, il  matrimonio.  Ma rimane con il marito soltanto tre giorni. Il giovane maggiore americano ha il diritto di rientrare in patria. Tra i primi della lista, ha fatto due anni di ospedale da campo sul fronte italiano.

Ripudiata dopo venticinque giorni

Lo raggiungerà a New York sei mesi dopo.  Undici giorni di navigazione  a bordo del transatlantico “Vulcania”  salpato dal porto di Napoli sotto la protezione della Croce Rossa americana.  “La nave delle spose innamorate, delle avventuriere, delle timide quasi-bambine con immensi pancioni…” Il suo matrimonio durerà solo venticinque giorni. Ben presto infatti farà i conti con la terapia psicanalitica alla quale il marito, già medico psichiatra e ora aspirante psicanalista, a sua volta dovrà sottoporsi. Dagli orrori della guerra, doveva rinascere un uomo nuovo.  Ad attenderla, una persona completamente cambiata, ombrosa, introversa, evitante, aggressiva. La scoperta di due mentalità tanto diverse. Ripudiata. La rottura del matrimonio, un evento inevitabile. Sofferenza, angoscia, desolazione. La certezza di aver subìto un’ingiustizia. La convinzione che non ci fossero altri casi come il suo, tra le spose di guerra  separate dal marito. “Affrontavo peggio delle mie compagne di sventura i tre problemi comuni a tutte: trovare una casa, un lavoro e la possibilità di distrarsi”.

La distanza dagli immigrati italo-americani

 Nella scrittura scorrevole e immediata, si avverte la distanza che separa la sposa di guerra dalla moltitudine indistinta  rumorosa e confusa degli immigrati italo-americani. Già alla partenza, al porto vede solo corpi informi di energumene e donnacce sguaiate: “ Era una massa di donne urlanti, ragazze che cercavano di immobilizzare quelle che volevano gettarsi in mare, pianti, crisi isteriche, svenimenti, invocazioni, turpiloquio”. Ancora: “Che razza di bestie si erano presi questi americani?”

Nella Grande Mela, per sbarcare il lunario vende piccolo artigianato fiorentino.  Si sente orgogliosa perché la gente non l’avrebbe mai creduta un’italiana. Capisce “l’effetto Italia” in alcuni ristoranti: “Lì era sempre pieno di famiglie oriunde, grosse famiglie con grassi nonni, grassi genitori, grassissimi bambini, tutti neri, tutti unti e tutti urlanti e gesticolanti. Ai pargoli era permesso tutto: salire sulla tavola, far pipì in terra, picchiare, fare bizze furibonde”. Se ne guarda bene dall’avvicinarsi ai “Napuli”!  In compenso, l’attenzione è tutta per  un topino. Abita nella sua stanza squallida in 32 East 74 th Street.  Ma “era un ottimo indirizzo. Socialmente ero salva”. Oppure s’indigna  per  il povero gorilla ingabbiato nello zoo di Central Park. Commozione dolce, invece, per quegli scoiattolini dal  morbido pelo, sgranocchianti noccioline
dalle sue mani. E per quella coppia di foche con il loro fochino…

L’incontro con un  mondo nuovo

Eccentrico, colto, raffinato,  inconsueto. Si imbatte in Mario Vannini Parenti e Bista Giorgini che faranno conoscere a N.Y. la moda italiana. Racconta la facilità con cui  troverà un posto fisso come vendeuse alla “Bergdorf Goodman”, al tempo il “department store” più elegante ed esclusivo di New York, al terzo piano della 50ma  Strada. Del resto con una laurea fresca in giurisprudenza e quattro lingue discretamente masticate, non sembra proprio essere approdata nel Nuovo Mondo da sprovveduta!

In Park Avenue, “proprio il massimo del buon indirizzo”, Greta Garbo è una sua vicina di casa. Conosce l’allora sconosciuto Marlon Brando e Mike Bongiorno ragazzo. Viene introdotta alla N.B.C. dal redattore Renzo Nissim della “Voce dell’America”, programma molto ascoltato durante la guerra.  Noto come Renzo Renzi, le presenterà  Art Ford. Nei localacci della 52ma  Strada, vede in carne ed ossa i suoi idoli di quel jazz proibito in Italia dal fascismo. Da Maxine Sullivan, a Teddy Wilson, pianista del quartetto di Benny Goodman. E lo sdegno per le minacce, lettere anonime indirizzate a un duo vincente. Un musicista nero diffidato dal comparire in pubblico insieme a una clavicembalista austriaca. Ma ci accompagna anche nel Nevada, solo locali da gioco e turismo da divorzio. Spiega come lì riuscirà ad ottenere senza problemi il divorzio e poi l’annullamento del matrimonio in Italia, nel 1950. Beh, altra situazione privilegiata. Molte spose di guerra, in mano ad avvocati americani ignoranti delle leggi italiane, potevano rimanere anche oltre trent’anni legate ancora al  marito. Nel frattempo, lui  in America magari si era risposato altre tre  volte!
Ora un nuovo tuffo l’attende  nel Far West. E in California un corso di “fashion design” a Berkeley. Musica, fiori e i vulcani delle Hawaii. Infine la decisione di ricongiungersi alla famiglia in Italia. E  il Golfo di Napoli  non le sembrerà così  minaccioso come alla partenza. Ora lo immagina aprire le sue braccia e accoglierla, come una madre.

Ritorno consolatorio in Italia

La lacerazione inferta dal  sogno americano doveva essere ricucita.  La sposa di guerra ferita non poteva tornare sconfitta.  A risarcimento della perdita del bel marito, nei panni della “zia d’America” sfoglierà il suo bagaglio stracarico di avventure eccezionali. Serviranno a consolarla  e confortare  chi è rimasto a casa, in un’ Italia prostrata, massacrata, intenta  a riprendersi a fatica  dalla catastrofe della guerra. Rientrata in Italia, lavorerà come giornalista per alcuni quotidiani, tra i quali “La Nazione”, “Il Nuovo Corriere” e il “Giornale di Brescia”.

Marcella Olschki, Oh, America Sellerio,1996

                                                                                                             Claudia Piccinelli