Dalle Ande
agli Appennini
Pasaporte n° 00031, Milan 2 de mayo de 1978. Firma del titular: Vicente Taquias V. È questo il passaporto cileno, con la “elle” della malasorte stampata sopra, di Vicente Taquias Vargas, Urbano per i compagni. Un passaporto marchiato, per sovversivi indesiderati. Segno distintivo della strategia dell’Operazione Condor per l’individuazione, cattura, eliminazione degli oppositori di Pinochet all’estero. Nella lettera “L” tracciata con il pennarello rosso, il destino già segnato di molti desaparecidos.
L’autore Alessandro Alessandria, nel suo contributo (Dal Cile all’Italia. Cinquant’anni di militanza internazionalista, Sensibili alle foglie, 2013, pp. 304, euro 18,00), ricostruisce la vicenda personale, intensa, umana e politica di Urbano, ma anche quella collettiva e sofferta del popolo cileno. Attraverso documenti e fonti orali offre l’opportunità di accostarsi alla storia non solo del Cile. Una storia che ci riguarda, divulgata da un’appassionata prospettiva non ufficiale.
Urbano, cileno di Santiago, classe 1945. Uno tra le migliaia di esuli ancora oggi sparsi per il mondo, arriva in Italia dopo il golpe dell’11 settembre 1973. Il padre calzolaio e anarchico. Fondatore e dirigente di un’organizzazione sindacale dei lavoratori del legno, durante la dittatura di Videla verrà iscritto nell’elenco nero e perderà il lavoro in fabbrica. “Mio padre si portava dietro, con sé, due scatoloni enormi, due bauli che erano pieni di libri. Pieni di libri! Libri sociali, No?” La morte del padre, avvenuta nel ’79, segnerà per Urbano la perdita di un importante punto di riferimento, ideale e affettivo.

La madre un’attivista contro la “falange” fascista, militante, rivoluzionaria. Agli inizi degli anni Cinquanta, andranno a vivere in un’immensa baraccopoli di “mattoni fatti da noi con la paglia”, la Legua Nueva, un affollato quartiere operaio, di famiglie numerose e di confinati. Tutti si portavano dietro storie di militanza. Prenderà presto forma un vivace laboratorio di politica dal basso, vitale per la sua formazione che influenzerà l’agire nelle battaglie future, anche quelle lontano dal Cile. Lì c’erano i suoi veri maestri, i saggi del quartiere, “quelli che riuscivano a spiegarti le cose”.
In casa aiuta il padre a lavorare su commissione, insieme agli altri fratelli, nove vivi. Dopo la scuola, tutti intorno a un banco a fare le scarpe, ascoltare l’unica vecchia radio che informava sui fatti del Cile, e le riunioni clandestine dei dirigenti e militanti sindacali. Così fin “da piccoli abbiamo dovuto cercare di capire e spiare agli angoli delle strade che non arrivasse la polizia”. Ma senza mezzi non era possibile studiare. Urbano si ferma alla quarta elementare. Solo anni dopo, in Italia conseguirà la maturità artistica.
A dodici anni in fabbrica, presto diventa un dirigente del sindacato di base dei lavoratori del cuoio fondato dal padre. Conoscerà il valore della solidarietà nel sostegno alle lotte dei baraccati: “A volte perdevi lo sciopero perché ti prendevano per fame”. Suscita tenerezza la determinazione di quel ragazzetto smilzo di forse quindici anni già impegnato nella lotta per l’occupazione della terra: “L’avevamo disegnato nella nostra mente, sui fogli e quando si riusciva a rimanere, e di solito ci riuscivamo a rimanere, si tracciava il terreno dove si sarebbero fatte le scuole, l’ospedale, il campo sportivo (…) sono nati così i quartieri a Santiago”. Seguiranno altre lotte per l’elettricità, l’occupazione delle corriere per aumentare il numero delle fermate, allungare il percorso di due o tre chilometri, e poter andare a lavorare.
In seguito al golpe, Urbano racconta l’arresto a causa della sua militanza politica e l’internamento nello stadio nazionale insieme a migliaia di persone. Quindici giorni di bastonate, torture con scosse trasmesse da fili elettrici. Rilasciato, se ne guarderà bene dal passare a mettere la sua firma presso una caserma di polizia. Scampa così alla deportazione in campi di concentramento. I carabineros invece spareranno al fratello, freddandolo mentre aspettava l’autobus.
Vicende temerarie lo catapultano dall’altra parte del mondo. Approdato in Italia con due figlie e la moglie ancora in attesa, la meta dell’esilio sarà Massa Carrara. La mitica Carrara dei racconti del padre e dei compagni più anziani. La Carrara anarchica, antifascista e poi partigiana. Per tutti sarà Urbano, fedele al nome di battaglia in Cile. Espressione di intima volontà di militanza futura, anche in terra straniera. Ai piedi delle Apuane, che forse sentiva un po’ come un prolungamento della sua terra, trova un terreno fertile per continuare la sua vocazione. Per i cani sciolti come Urbano, esuli dissidenti e sospettati non sarà facile ottenere l’asilo politico e il diritto a un libretto di lavoro.
Prima occupazione: addetto alle pulizie in un campeggio. Il proprietario è un ex comandante partigiano della Garibaldi. Inizia ad appassionarsi alla Resistenza italiana e alla situazione politica. Poi un lavoro nel cantiere navale “Apuania”. Diventa un saldatore specializzato. Dopo il fallimento degli scioperi di Mirafiori, quando decide di licenziarsi dirà: “Potevo andare dove volevo.(…) non dovevo chiedere un posto di lavoro né a partiti, né a sindacati o al collocamento. Il mestiere me lo ero creato così come avevo fatto in Cile, osservando e praticando”.
Nel ’76 darà vita al Comitato dei lavoratori cileni in esilio. L’attività di sostegno alla peculiare resistenza popolare cilena viene ribadita insieme ai principi internazionalisti di autonomia politica, per un’autentica democrazia popolare. Autogestione, azione diretta, controllo dal basso, auto-conquista delle condizioni minime di esistenza. Solo così “si può dare al termine libertario tutta la ricchezza dei suoi significati; con la resistenza popolare in Cile cresce anche un modo nuovo di essere libertari”. Sarà il contributo che Urbano trasferirà pure nell’esilio.
Non si riesce a pensare Urbano disgiunto dalla passione per la lotta politica e l’azione. Il libertario audace, l’interventista energico, quando nel 1988 una nube tossica fuoriesce dallo stabilimento della Montedison, accorre impavido e insieme ai suoi compagni dà l’avvio alla mobilitazione di cavatori, operai dei cantieri navali e tanti giovani: “C’era troppa gente per una città così piccola come Massa”. Per quarantacinque giorni, Comune, ferrovie e il palazzo dell’Associazione degli industriali verranno occupati. Appoggerà altresì la popolazione della Valle Bormida contro l’inquinamento chimico dell’Acna di Cengio.
Mai sopito, il legame viscerale con la sua terra e la sua gente si intensifica intorno alla metà degli anni Ottanta, quando il Comitato ristabilisce i contatti con i barrios, i quartieri popolari di Santiago: “Non era ammissibile che mentre in Cile si stava massacrando il popolo, noi non facessimo nulla”. Chi ha conosciuto Urbano lo ricorda girare per la Toscana a denunciare la violenza e la repressione del regime di Pinochet e raccogliere aiuti a favore del popolo cileno. Non mancheranno fondi per comprare macchine da cucire per le donne. È noto l’appoggio al Comitato da parte delle cooperative dei lavoratori portuali di Carrara, in nome della solidarietà al popolo cileno che faticava a racimolare cibo o altri prodotti da scambiare. Sequestrate nel porto, per due mesi, tre navi con bandiera cilena cariche di derrate alimentari.
Le lotte di Urbano per il popolo cileno si intersecano, solidarizzano e puntano i riflettori su un’Italia che non conosce ancora la cultura dell’accoglienza. Alla fine degli anni Ottanta, l’internazionalista combattivo affianca gli immigrati nelle loro battaglie. Sarà il primo a portarli in piazza, ad Alessandria, in una manifestazione per soli stranieri. Il saggio maestro cileno entra in conflitto con l’ambiente sindacale: “Noi non è che facessimo assistenza agli immigrati. Noi gli insegnavamo come dovevano fare per acquisire i propri diritti senza andare dal funzionario dell’assistenza del sindacato o del volontariato, ma imparare da soli. Come avevamo insegnato agli operai in Cile, no? Usavamo la stessa pratica, la stessa politica”.
Lucida l’analisi sull’impossibilità per il volontariato di risolvere i problemi, ne rallenterebbe addirittura la presa di coscienza: “Se hai fame, ti va bene che qualcuno ti dia un piatto di minestra, ma la soluzione di tutti i problemi non sta né nella coperta né nella minestra, perché domani avrai ancora freddo e ancora fame (…) perché la propria liberazione non può essere delegata a nessuno e nessuno che non sia protagonista della propria liberazione riuscirà a diventare effettivamente libero”. Sostegno e solidarietà anche ai profughi della ex Jugoslavia e alle minoranze etniche e sociali oggetto di atteggiamenti razzistici e discriminatori, come la comunità rom accampata lungo il Lavello vicino a una discarica abusiva inquinata dagli scarichi della Montedison.
Urbano è il primo cileno a presentare presso un tribunale italiano una denuncia contro l’ex generale Pinochet Augusto Ugarte, per i reati di omicidio, tortura, lesioni gravissime, sequestro di persona. La risposta: minacce di morte. Sarà un brindisi amaro, quando alla morte dell’ex dittatore, Urbano stapperà la bottiglia regalatagli dal fratello e rimasta più di vent’anni nel sottoscala. Un’euforia spezzata perché Pinochet non essendo mai stato processato morirà da innocente. Urbano porterà avanti anche una battaglia personale per far valere il suo legale diritto alla cittadinanza. Pur avendone i requisiti, gli viene negata per motivi ostativi fondati su calunnie, insinuazioni in un clima di caccia all’anarchico pericoloso, sospettato di aver avuto contatti con “individui seguaci della lotta armata”. Perquisito nella sua abitazione durante la sua assenza per cercare documentazione ritenuta sospetta. Intimidazioni per aver appoggiato le battaglie ambientaliste. Accusato da certa stampa di fomentare riunioni di anarchici insurrezionalisti in occasione del primo anniversario del G8 a Genova. Invece l’incontro incriminato serviva per raccogliere fondi per il giornale anarchico “Umanità Nova”. Diventa un caso politico e giuridico nazionale. La rivista “A”, che anche in passato aveva dedicato spazio alle vicende di Urbano, ne parlerà a più riprese. Se ne occuperà pure la stampa moderata con articoli polemici contro le istituzioni. Essere anarchico può precludere il diritto alla cittadinanza. L’anarchico cileno la otterrà solo nel 2007.
Urbano ha maturato una disposizione naturale all’immedesimazione umana di chi condivide la sorte di essere uno straniero del sud del mondo. Oggi, il militante internazionalista insieme alla sorella Ana, esiliata da anni a Londra, sostiene il progetto Ecomemoria, un albero per ogni desaparecido o assassinato dalla dittatura di Pinochet. Memoria storica ed ecologica anche in appoggio solidale alla resistenza dei mapuche, nativi americani che difendono la loro terra sacra dall’ecocidio e dagli espropri delle multinazionali. Confesserà in un’intervista: “Il Cile è il luogo della mia giovinezza, della lotta della prima parte della mia vita. Oggi, dopo 28 anni di vita da esiliato, il mio terreno di lotta, da anarchico e internazionalista è qui dove vivo, dove la ‘democrazia reale’ non si mostra meno dura verso chi le si oppone, cercando di costruire una società libera e solidale”.
Claudia Piccinelli
vedi link: Rassegna libertaria