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Al centro, Dade con le amiche

Dade, mani di sarta

Quale lavoro avrà potuto sognare di fare una ragazza clarense, classe 1921?  Seguire la sorte di tante altre giovani della sua età a servizio 24 ore su 24 presso famiglie benestanti, e rimanerci magari tutta la vita? Altrimenti fare l’aiutante  in qualche piccola bottega? Oppure puntare sull’ abilità femminile di saper creare con le proprie mani?

 Adelaide Festa, Dade, ha scelto di fare la sarta. Chissà dove avrà imparato questo mestiere non facile e dal lungo apprendistato. Sta di fatto che dopo la guerra, nella sua casa in via Zeveto, al numero 7, il suo laboratorio attrezzato di forbici ago e filo, buon gusto e originalità  è già attivo.  Lo racconta Grazia Baldini che l’ha conosciuta da sempre. Sì perché mia mamma aveva un negozio di fruttivendola al numero 9 e Dade passava a ritirare l’affitto. Suo padre non poteva, aveva l’osteria “La posta” in via Larga , poi è entrata a gestirla la Fena e dopo di lei Carlino e Angiolina.

Io sono nata nel ’41  quando c’era la guerra e mio papà era in Germania a lavorare. Lei andava a trovare  mia mamma, l’ha sempre aiutata anche con gli altri tre figli nati dopo. Capiva che c’era bisogno e non si risparmiava. Intanto anch’io crescevo, e mi piaceva guardare Dade cucire in quella sua casa, diversa dalla mia, al primo piano e con le finestre sulla via principale.

Ricordo benissimo la saletta,  per ricevere le clienti e le prove dei vestiti.  L’ha voluta un po’ defilata e con un bell’armadio, uno specchio intero e un divanetto e sedie in paglia di Firenze. Divieto assoluto di vedere la prima posa e le clienti. Dovevano sapere che la regola numero uno è la riservatezza. Non mostrava mai a nessuno i capi di altre signore.

Ah, molto pignola! Si occupava di tutto, prendere l’ordine, scegliere le stoffe, le ordinavano a lei: a lisca, in pura lana o cotone pettinato. Alcune  preferivano i tessuti per i vestiti da uomo. Dicevano: “Sembra proprio un tessuto come quello dei vestiti da uomo”. Eh, sì la qualità si sentiva.

Nella stanza più grande, un bel tavolo da lavoro al centro, un armadio in noce chiaro, maniglie in bachelite bianca e il filo di ottone intorno. La cappelliera e un’altra piantana in legno con gli appendini, il portaombrelli con lo sgocciolatoio per non bagnare, altro armadio a specchio, e appese foto di Rodolfo Valentino, e di una cantante.

Poi tanti giornali di moda sopra il tavolino, di certo avrà preso spunto anche dai modellini di Burda. Volendo, si potevano ordinare per posta, ma tante clienti arrivavano già con il loro cartamodello. Le piaceva l’eleganza. Sfogliava le riviste e dava consigli sulla stoffa, il colore e il taglio. Ci teneva a soddisfare le sue clienti: “ Una sciarpa di mohair giallo oro, ti illumina il viso, non quel foulard così scuro”. Oppure: “ Se non vuoi lasciarti ingrigire dalla nebbia, mettiti un cappotto di un bell’azzurro metallico. Ma se non ti va di spendere allora rischiara questo cappotto spento con un bel cappellino e guanti di fustagno colorato”.

Aveva delle  apprendiste, ma il lunedì non voleva nessuno intorno. Con il suo metro giallo da sarta, e quello di legno era concentrata sulle misure, e tutta la sua agenda si riempiva di numeri e di schizzi. In mezzo alla stoffa arrotolava un panno umido, così se il tessuto si restringeva subito, dopo non si dovevano fare altre modifiche. Fissato con gli spilli sul tessuto il modellino di carta, poi si  segnavano i contorni col gesso, e sopra il gesso,  le imbastiture. Faceva più di un taglio, preparava il lavoro per tutta la settimana.

 Con Dade si stava volentieri, sempre disponibile per consigli o per il bagnetto ai bambini, portarli a passeggio in bicicletta. La chiamavano per le iniezioni, non si sentiva dolore, le faceva da sdraiati.

  Mabi, Angela, Giuliana intorno al tavolo a fare e togliere imbastiture, a chiacchierare,  ascoltare la radio, sempre a volume basso, musica, canzoni e anche le notizie, così ci si aggiornava. Poi arrivavo io e mi sedevo.  Sembra di sentire ancora quel ritornello: “gira gira l’elica, romba il motor, questa è la bella vita dell’aviator…”

Dopo l’imbastitura l’abito veniva provato e se andava bene si cuciva. Toccava a Mabi cucire a macchina, una Singer a pedale con la cinghia.  La manovella invece quando serviva di fare un punto o due di precisione come per il girocollo, una sormonta sulle spalle, oppure cuciture in vita e si guardava l’ago se scendeva nel punto giusto.   La macchina non faceva lo zig-zag allora bisognava sorfilare a mano tutte le cuciture. “Il ferro è il ruffiano del sarto” -diceva- e via a stirare in mezzo alle cuciture per vedere se uscivano le gobbe, ma  con attenzione per non bruciare con scintille di braci il tessuto.

Silenzio di tomba quando bisognava rifare qualcosa. Per  riprendere una cucitura, quella vecchia era da disfare.  Il filo dell’imbastitura doveva essere tolto il più lungo possibile, senza romperlo, bisognava recuperarlo. Si metteva sulla spalla per avere tutti i fili uniti e poi riavvolti in una matassina da appendere a un gancio, vicino alla finestra.  E alla fine della giornata, accucciate a raccogliere tutti gli spilli caduti.   

 Proprio un lavoro originale,  permette di creare su misura e adattare modelli. Se sei brava riesci a trovare il trucco per  correggere difetti e le clienti sono ancora più contente. Difficile rubarle il mestiere.

Vestito da sposa realizzato da Dade

Per i tessuti, si riforniva dalle sorelle Faglia, un bel negozietto sull’angolo di via Rapicio, attaccato alla chiesa di Santa Maria: bottoni, filati speciali, spighette, cerniere, bottoni automatici, nastri. I tessuti invece li ordinava da Grassi. Tailleur, tubini, grembiuli semplici, abiti da cerimonia per le invitate, faceva di tutto. Da uno scampolo riusciva a ricavarti un abitino da fare invidia.

Ha vestito tante spose. Anche il mio  l’ha cucito lei. Era soddisfatta per la scelta del modello anni ’60,  in raso di seta, gonna ampia e corta al ginocchio, il corpetto stretto, guanti e cappellino.  L’abito della Prima Comunione delle gemelline Tosi lo guardavano tutti. Vestiva anche la contessina, diventata sua amica perché la cugina di Dade faceva la portinaia al palazzo del conte Passi. Già,  col suo lavoro capitava di conoscere persone altolocate. Una donna semplice, ma elegante -ci teneva- gonne a tubo ogni volta diverse, sulla maglietta girocollo a mezze maniche, la collana di perle chiare. I capelli biondo scuro sempre in ordine e belli ondulati -tutte le settimane andava dalle sorelle Bocchi per la piega-. Preferiva le Nazionali senza filtro e mi mandava a comprarne due o tre sfuse, poi è passata a quelle col filtro e lasciava sempre sulla sigaretta il suo rossetto rosso.

Dade se ne è andata all’improvviso, a soli 48 anni. Ancora oggi chi l’ha conosciuta ricorda le sue  mani morbide e le dita belle lisce, per non tirare il filo ai tessuti delicati. Ricorda le sue mani svelte, altruiste e generose.