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La bidella Costanza, illustrazione di Mattia Martinelli

Costanza, bidella con soddisfazione

Sono in tanti a ricordarsi di Costanza, e non solo a Chiari. Se la incontrano: “Ehi, Costanza non mi riconosci?”  E lei, con quel fare energico e risoluto : “ Oh, ma sei cresciuto… proprio un bel ragazzo, a momenti sai che non ti riconoscevo proprio. E la tua mamma come sta, non la farai ancora tribulare vero? Adesso la devi aiutare” .

“Ai mie tempi, mi chiamavano bidella. Adesso non  si usa più dire bidella. Precisiamo, si dice collaboratore scolastico ! Comunque, è un lavoro che mi è sempre piaciuto. Tutte le pulizie nelle scuole le facevamo noi bidelli. Ero fissata per il pavimento, i vetri e disinfettare tutto, perché con trenta ragazzi in aula, c’era proprio bisogno. Controllavo che non rimanevano segni sul pavimento fino in fondo alla stanza, e non solo sotto la cattedra. Poi col piumino, bene sotto i banchi, via le ragnatele e Natale e Pasqua pulizie di fino. D’estate invece  pitturavo lo zoccolone della parete con i pennelli grossi, perché almeno avevo la soddisfazione: qui i ragazzi possono entrare nel pulito! Se scrivevano sotto il banco, facevo trovare lo straccio, l’alcol, il vim per pulire tutto. E loro davano la colpa  a quelli della Scuola Bottega, ma io sapevo che non potevano essere stati loro perché pulivo subito appena uscivano e me ne sarei accorta.

Costanza nel cortile della vecchia scuola “Morcelli”, 1993

Mi capita di andare a vedere le scuole dove ho lavorato. La prima supplenza, a Adro, nell’ ’76. Non avevo il coraggio di dire a mio marito che avevo accettato, avevo tre figlie piccole… A Rovato, lì al bancone ho imparato a usare il ciclostile e a fare le fotocopie. Poi Paderno Franciacorta, sostituivo una maternità al secondo mese di gravidanza. Succede ancora di passare per le strade che facevo, e   rallento proprio  nei punti dove si fermava sempre la macchina, che c’era bisogno di dare l’acqua al radiatore. Alle macchine bisognava mettere l’acqua, ma io mi dimenticavo, così restavo a piedi.

E ancora a Cologne, Coccaglio, Rudiano, Urago dall’ ’80 al ’92. Ma ho avuto anche un incidente in macchina, il 25 gennaio dell’ ’88. Avevo appena compiuto quarant’anni e sono rimasta un anno con il gesso dal bacino in giù e sei anni senza poter lavorare e andavo in giro con le stampelle. La preside di Urago di allora, con me sempre disponibile. Una mamma, un’amica, una sorella: “ Dai, Costanza, cambiamo orario, domani entra un’ora dopo”. Avevo tre figlie piccole, capiva.

 E’ stata dura riprendere. Impiegavo più tempo, i colleghi mi aiutavano e   ci riuscivo a finire. Nel ’92 sono arrivata a Chiari, alla scuola “Morcelli” nello stabile lungo il viale Mellini. Ho anche accettato di fare la bidella alla Scuola Bottega, due ore di pomeriggio. Ragazzi più grandi, ma li facevo filare tutti. Non si può mollare perché se tu li lasci fare ti possono ribaltare tutta la scuola. E’ l’età. Invece hanno bisogno di essere capiti. “Cosa vengo a fare a scuola?”  “Invece devi venire, cosa sono due orette al pomeriggio confronto poi a quello che impari?” . Loro si sentivano più realizzati con il lavoro. Parrucchiere, meccanici, falegnami, elettricisti. E facevano qualche ora di italiano, disegno… Un giorno: “Professore, lasci leggere la sua lezione a quel ragazzo, così si sente importante, no?”. Anche il professore era contento e così tiravano avanti. Mi spiace che la scuola è stata chiusa. Dove devono andare questi ragazzi?

Costanza al suo rientro a scuola dopo l’incidente, 1992

Li ho sempre ascoltati, grandi e piccoli. Si lamentavano per i voti dei professori e io dicevo. “E tu studia”. E loro: “Costanza tremenda!”.  Perché io, se la facevano fuori, intorno alla turca o gli spruzzi sui muri o gli assorbenti buttati nella tazza del water, io gli davo in mano il secchio e lo straccio e… adesso vieni qua a pulire! Un’altra volta invece durante i giochi della gioventù -tutti in giro che non ce la fai a guardarli tutti- le ragazze hanno sparso con il vim  i bagni. Così,  di nuovo a pulire… e di lena.

Invece quando ho visto il fumo uscire dal bagno e l’odore di plastica bruciata sono entrata in classe e ho fatto la spia alla professoressa perché io li avevo visti entrare in bagno quei due, e poi di nascosto sono scappati in classe. “Avevate voi l’accendino perché fumate”. Hanno dovuto ammettere. Ah, pagata loro la cassetta dell’acqua, neh!

Ti venivano a chiamare perché  una ragazzina  non stava bene.  Magari  era successo lì a scuola. Capivi subito. Era a disagio. La tranquillizzavi: benvenuta tra noi donne!”.

Costanza con le classi all’ isola di Murano (Venezia)

Ora Costanza si dedica al volontariato. Insegna ai bambini a cucire e ad attaccare i bottoni. A ricamare a  punto erba e punto croce, a lavorare all’uncinetto. Ma il pensiero di Costanza va a Orsolina: “E’ per merito suo se sono riuscita a realizzarmi con un lavoro che mi piaceva fuori casa. Mi diceva di lasciar perdere, smetterla di tenere i bambini a balia. Di fare la domanda che servivano bidelle. L’ho ascoltata. Così lei è andata in pensione e io sono subentrata al suo posto. Quando la incontravo magari sul viale ci fermavamo tanto a parlare. Poi si è ammalata. Ci ha lasciati. Alla messa del funerale ho voluto ricordarla. E’ stato l’ultimo ringraziamento che le dovevo”.