Architetto, ricamatrice e sarta di pomeriggio nella sua casa in Franciacorta, docente la mattina a Chiari, non può rimanere con le mani in mano. Dita piccole, veloci e leggere per grandi manufatti.
Assunta Atrigna racconta la sua passione

A sei anni la mia prima gonna
A sei anni ho confezionato la mia prima gonna da una vecchia gonna di mia madre. Sono andata a mostrarla in mezzo ai campi dove lavorava mia madre. Le sue aiutanti mi prendevano in giro: i punti erano troppo lunghi. Ma io avevo sei anni!
La mia maestra Letizia, nella pluriclasse, durante la pausa pranzo lavorava a punto chiacchierino. Io preferivo stare là a guardare questa signora bionda, truccata, catturata da quei suoi movimenti intrecciati delle dita. Una mattina, mi ha portato una spoletta, e mi si è aperto un mondo.
I miei lavori pubblicati
Verso i quindici anni, un’altra signora, sempre con la navetta, mi ha insegnato movimenti delle dita diversi. Ho imparato un terzo modo con l’ago. E da allora, a chiacchierino confeziono bomboniere e gioielli, orecchini, collier, spille, braccialetti, decorazioni con filati pregiati e lucenti. Alcuni miei lavori sono stati pubblicati su “Chiacchierino a navetta”, luglio 2015, Cigra editore. Si vedono le mie mani che punto dopo punto insegnano anche ai meno esperti questa bella arte. La rivista era presente, tra i tanti giornali di questa categoria, alla fiera “Creattiva” di Bergamo e Vicenza, fiera dedicata alle arti manuali e creative.
Con il cucito ho conquistato i parenti
Quando ho conosciuto mio marito e mia suocera ha saputo che cucivo, mi ha subito commissionato un abito per andare a nozze di una sua nipote, conquistando così il suo favore. Pure i miei cognati mi hanno impegnato per confezionare o modificare pantaloni e camicie. Quando mia figlia Marzia mi ha comunicato l’arrivo di un bebè, mi sono subito attivata per il corredino e la coccarda di benvenuto: una mongolfiera realizzata con stoffa quadretti rosa.
Dai corredini agli abiti da sposa
Mi appassiona ricamare corredini per bambini e bambine, camicini, bavaglie, lenzuolini. A punto pieno, lanciato, margherita, punto Palestrina, punto ombra, catenella, punto erba. Ogni tipo di tessuto richiede un punto particolare. Così sugli asciugamani, le applicazioni a chiacchierino applicato con il punto cordoncino, le pieghe sono rifinite a punto gigliuccio. A richiesta, ricamo le sigle delle iniziali sulle camicie da uomo a punto pieno, o con altri punti. Gli abiti da sposa, ricamati sul tulle e le applicazioni di perline e paillettes sono resi più luminosi, scintillanti .
La passione l’ho presa da nonna Assunta
La mamma di papà, nonna Assunta, nata alla fine dell’ Ottocento, lavorava all’uncinetto, le riusciva bene il filet. Ha fatto coperte, copriletti e copertine per culle a tutti i suoi undici nipoti. Di giorno aveva la sua attività nei campi a Cicerale Cilento, e di sera davanti al caminetto lavorava. Forse la passione mi è venuta guardando nonna, sempre con l’uncinetto in mano anche se era quasi cieca.
Invece la mamma di mamma, nonna Nicolina, anche lei del 1890, non l’ho mai vista tenere in mano l’uncinetto. Lei faceva i fichi ‘mpaccati. Raccolti, fatti seccare, poi il ripieno di noci. Si infilzavano con delle cannucce di bambù e si infilavano come spiedini nel forno a legna. Ma nonna Nicolina, sempre con il fazzoletto in testa e ampie gonnellone con grembiule, non l’ho mai vista lavorare all’uncinetto. Aveva gli animali, viveva in simbiosi con le sue caprette, la sua grande passione.
A 12 anni, in regalo una Singer
Ho imparato a cucire perché la mia amica Maria andava da una sarta ad imparare il mestiere. Quando c’era la festa patronale, la festa di Santa Maria della Speranza, la sarta chiedeva di aiutarla. Ho imparato utilizzando i modelli dei vestiti e li cucivo a mano. Mio padre non mi trovava in casa perché andavo in giro per sarte a cucire. Allora, a 12 anni mi ha regalato una macchina da cucire Singer. A 13 anni avevo già i miei primi clienti. Ero ambita dalle sarte perché ero precisa e veloce. Per la festa della Speranza che cade la prima domenica di luglio, tutti si facevano il vestito nuovo. Avevo così tanto lavoro che addirittura dovevo farmi aiutare da alcune amiche a fare gli orli, le marche i punti lenti con il filo da imbastire. Davo loro 200 lire.
Una mia soddisfazione per alcuni capi
Il vestito per mia figlia in occasione dei 18 anni in shantung di seta pura con spolverino di organza in tinta celeste azzurro, me lo ricordo ancora. Quando si è sposata ho confezionato io tutte le bomboniere a chiacchierino, un centrino di lino bisso sottile sottile. E poi il vestino del battesimo di mia nipotina Chiara in seta e punto smog con perline di Swarovski. Una vera soddisfazione sistemare un abito da sposa. Ed è ancora meglio avere idee per riadattarlo. Con un corpino in lana mohair, ne ho fatto un altro capo, bellissimo, sfizioso. E’ così che si comincia a farsi pubblicità, quando vedono come sai lavorare.
In tempo di crisi, utile imparare
Da un abito vecchio con una buona stoffa tipo seta, lino, molto fresco puoi rifarti un vestito. Metti qualche applicazione, cambi i bottoni, lo accorci e diventa con pochi gesti un abito attuale e alla moda. Ho modificato un cappotto nero di cachemire con la pelliccia di lapin. Non mi piace più. Il collo e le paramonture li ho sostituiti con inserti in maglia lavorati con la macchina da maglieria.
Facili da confezionare gli abiti a taglio vivo , da un pezzo di stoffa rettangolare ti esce un gilet. Anche saper fare l’orlo, mettere cerniere, attaccare bottoni è un bel risparmio. Realizzare sciarpe colorate, borse sfiziose, scalda-collo a ferri grossi o all’uncinetto, ma anche con le mani, assecondando i propri gusti, gratifica molto perché sono capi unici, proprio come li vuoi tu. Una volta si portano i pantaloni larghi, un’altra volta stretti. Se sei capace, li stringi e li porti ancora.
L’arte del fai da te
Sarebbe bello imparare da Assunta l’arte del fai da te, per dare una nuova vita a quei capi spenti, dimenticati negli armadi, pronti per essere scartati. Invece un semplice tocco può regalare al vestito l’ opportunità di vivere un’altra bella storia.