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Anche così si può perdere la libertà, oggi come allora

Già negli anni Venti-Quaranta il bel mondo della moda aveva già dato tutto. Lo dice Irene Brin, nome coniato per lei da Leo Longanesi direttore della rivista “Omnibus”. Ma  la si potrebbe incontrare  con altri  nomi ancora, Marlene – Mariù,  oppure  Madame d’O – Contessa Clara, espressione della sua camaleontica abilità di calarsi nei personaggi che dietro quegli pseudonimi  si nascondevano.

Merita di essere riletta la giornalista-scrittrice-gallerista versatile, eclettica, sofisticata che pubblicò un numero incalcolabile di articoli su riviste, quotidiani e periodici raccontando i vizi e le debolezze, le conquiste e le velleità della borghesia italiana a partire dagli anni Venti. Vittoria Maria Rossi-Brin con la sua scrittura affilata, pulita, ricercata, schietta,  ricca di riferimenti colti, all’occorrenza pungente, spesso ironica e sarcastica vede i gesti quotidiani  -a dispetto della sua reale miopia- attraverso l’inseparabile occhialetto.   Gli avvenimenti della Grande Storia rimangono sullo sfondo, ma ne affiorano i sottesi gesti quotidiani , indizi di come la vita della borghesia, cui lei apparteneva, trascorresse mondana, superficiale e incosciente, senza  avvedersi che stava perdendo la libertà se non perché scarseggiavano sigarette, non si trovavano le calze di rayon o si faceva fatica a reperire un pezzo di burro.

Soprattutto  ci mostra  un’ attenzione, con uno slancio mai raggiunto come in questo periodo,  alla cura del corpo e alla bellezza. La pubblicità di una rivista femminile del tempo consigliava alla clientela di rivolgersi a un noto chirurgo romano, per un restauro completo  in soli dodici giorni. Interventi indolori -una vera sciocchezza-  per migliorare l’estetica di naso e labbra, ridurre la pancia e i glutei con asportazione dell’adipe, alzare i seni afflosciati, senza tralasciare le borse palpebrali e il doppio-mento, condizioni per  riacquistare la serenità  perduta e riconquistare il cuore del marito,
quando ritornerà dal suo breve viaggio di lavoro!

 Che dire? Ancora oggi, Ventunesimo secolo- Terzo millennio, perdura  il  mai sopito desiderio ostentato di comprarsi la bellezza, a qualsiasi prezzo, camuffato da lunghe camminate andata-ritorno senza meta,  dagli estenuanti esercizi per gambe, collo, glutei, viso. Ripetitivi oppure armonici e fluidi, di allungamento, stiramento, tonificanti, riequilibranti, mobilizzanti per un controllo totale di ogni movimento del corpo, sul corpo.  Corpi bisognosi di cure ostinate, meritato supplizio da sopportate. Espiazione dei sensi di colpa per non  sentirsi  all’altezza delle attese di chi ci scruta con occhio inflessibile che non perdona.  Profumati impiastri  di fanghi alla frutta e di yogurt al fango, intrugli da spalmare sul viso per  una pelle-di-velluto con la promessa “soddisfatti o rimborsati” di dieci anni in meno in soli tre giorni. Sedute a cadenza regolare per estirpare ogni innocente,  invisibile, innocuo peluccio spontaneo dalle braccia, gambe, interno coscia, inguine-pube e dal naso.  Imperdonabili risulterebbero   le sopracciglia robuste, un po’cespose, mai passate sotto lo strappo della cera a freddo o dello spulcio con la pinzetta. E allora ecco volti come maschere senza colore con le sopracciglia stampigliate ad accento che curva verso il basso, tatuate o  disegnate morbide  a matita  sopra  occhi effetto sguardo-immobile-luminoso e zigomi rimpolpati. Turgide labbra gommose e protruse, effetto come-tu-mi-vuoi. Vampira, Maschia, Svampita, Consolante, Anticrisi, Mammosa oppure Spiritata,  Malata-Damore o  Magra-Esangue.

Le incontri sulle scale mobili delle  stazioni , per le strade del Corso, davanti alle scuole, dentro i bar salottieri, agli aperitivi-cena o pigiate come sardine  nei centri affollati dove solo se compri entri  nel regno delle super-elette.  Stranite e leggere,  assenti e spiritate, senza anni, perse e sospese , ancheggianti. E così precarie sopra un tacco dodici fin dalle prime ore del mattino.
Forme sinuose, identiche, gonfie e finte vengono portate in giro a mostrare il prodotto  in serie della  chirurgia estetica omologante. Nel chiuso della triste fierezza dell’harem, si perde così  l’ opportunità di essere come davvero si è, di rivendicare il sacrosanto diritto d’ invecchiare. La gabbia del tempo costringe a rimanere ancorate in un presente assoluto, sottoposte al diktat  bellezza-giovinezza-ignoranza-silenzio. Vietato invecchiare. Zitte!  Il tabù potrebbe essere violato. Alt! Intatto va  conservato e  tramandato perché non si perda nella notte dei tempi. Parola d’ordine? Irriducibili. Sì, loro,  le più grottesche in mostra in  programmi televisivi a spiattellare a ottant’anni suonati il modello della  giovinezza che non tramonta. Superdonne che nascondono l’incapacità di accettare le metamorfosi negando anche solo il pensiero della  morte, trasformandosi in pirandelliane caricature di se stesse.

In tutto imitate pure dal maschio che compete, anche avanti negli anni, nei saloni della miracolosa tecnologia cosmetica. Prodotti di bellezza  solo per  uomini. Non più coi capelli impomatati di brillantina grassa, ma uomini glabri, dai capelli – quando ci sono – gelatinosi, secchi  o cerati e ricoperti di  colori improbabili, oppure maschi somiglianti a legnose marionette con fili impiantati su teste sempre più perse . Volti tumefatti e occhi stirati come  maschere in lattice schiumato e mandibole squadrate che aspettano di essere rimodellate, ma spesso  il  tradimento del tempo  è svelato da mani simil- cartapecora dalle unghie ingiallite, dure o solcate da frammenti di schegge sottili.
Donne e uomini stretti in un vortice continuo che accomuna e  salva dal senso della precarietà della fine.

Irene Brin, così fiduciosa nella potenzialità formativa della sua scrittura, confidava in un secondo dopoguerra meno egoista e prepotente del primo. E in effetti grandi spiragli si sono aperti. Ma  si sa che oggi,  per un vero giro di volta sarebbe meglio iniziare a  viaggiare con la propria testa.  Il rischio è quello di replicare  lo stesso vecchio modello, accorgendoci che  stiamo perdendo la nostra libertà. Magari anche noi troppo tardi.

Irene Brin, Usi e costumi 1920-1940, Sellerio, 1981

vedi link: www.noidonne.org

Claudia Piccinelli