Marcella Olschki ci accompagna in questo suo viaggio tra i banchi di una scuola senza libertà, durante gli anni del fascismo. Figlia di padre ebreo, potrà frequentare la scuola regolarmente, perché salvata dall’ “arianità” della madre.
Vicenda personale e collettiva che accomuna le generazioni di studenti di quegli anni, inondati dalla retorica della propaganda entrata nelle aule attraverso altoparlanti gracchianti installati nelle classi. Le mattine scandite da una voce metallica sulla “disciplina regolante l’uscita degli alunni o delle alunne durante i dieci minuti di intervallo per recarsi alle latrine”, accolta dagli sguardi sghignazzanti di commiserazione degli studenti per il tono solenne degli annunci. E la bella trovata del collegamento con la radio ufficiale dell’ Eiar, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, pronta a sfornare il piatto del giorno servito con scenette a più voci recitanti. Come quella della fata vestita da veli bianchi che compare allo spazzino per dargli dei preziosi consigli. E’ la bella fata Autarchia. Dall’ altoparlante, ricorda all’umile spazzino che il suo è un utile mestiere, serve alla Patria. I fondi di caffè sono infatti preziosi, non vanno buttati perché si può ricavare del prezioso sapone. Così anche i tubetti di pasta dentifricia sono pregiati metalli e possono essere trasformati in mille altre utili e belle cose.
Ma l’appuntamento ogni 27 ottobre, dalla prima elementare alla terza liceo, era con l’anteprima della commemorazione della Marcia Trionfale. Una mattinata in attesa del Preside che si sarebbe seduto in cattedra e avrebbe imbastito con solennità il discorso di rito. E i professori accanto, sull’attenti perché sapevano di quale Uomo si sarebbe parlato.
Intanto, per alcuni, l’estraniarsi della mente. Dalla finestra lo sguardo verso i tetti. La voce del vecchio col carretto rosso che passa per la via a vendere la trippa. Il grido di un altro venditore di cianfrusaglie a spezzare la monotonia, alternata alla parlata stizzosa dello scarpaio. La strada, il riso degli studenti. Ilarità, ironia come un effetto di libertà.
Durante i quarantacinque minuti di istruzioni ministeriali, non tutti i professori erano disposti a rinunciare alla loro libertà di spirito. Sentivano come un attentato alla propria dignità quelle intrusioni arbitrare e intanto maturavano sentimenti di sorda ribellione che si manifestavano in modo diverso. Come chi si agitava sulla poltrona o torturava un lapis tra le dita, ma taluni riversavano sui malcapitati studenti la loro repressione.
E’ il caso del prof. Fedi, Professore e Ufficiale della Milizia, nascosto dentro la sua camicia nera, temuto per quel suo sopraffare tutti con quello sguardo cinico, il volto rigido, la postura inflessibile e la sua ironia vile. E la rivalsa di Marcella nell’estate del ’39, con una cartolina spedita dall’ Isola d’Elba con l’effigie dell’ergastolo di Portolongone -ora addolcito nella toponomastica “Porto Azzurro”- dalla lunga storia di carcere durissimo, di evasioni impossibili. I saluti e la firma bella chiara in evidenza stavano per costarle la condanna a quattro mesi di reclusione “per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale”. Una umiliazione ancora più pesante, da farsi perdonare dal padre , già sofferente per quelle leggi che un anno prima erano state applicate alla sua razza.
Pietro Calamandrei, tra i massimi interpreti della Resistenza e membro dell’ Assemblea preposta alla stesura della Costituzione italiana, nella sua prefazione al libro scritta nel 1955, un anno prima della sua morte, vede nel riso di quei ragazzi “già il preannuncio della Resistenza”. Egli mette in guardia dal conformismo come una minaccia, un pericolo sempre in agguato. Nella consapevolezza che si debba esercitare la propria capacità critica con la presa di distanza da atteggiamenti, comportamenti che abbassano, fino ad annullarla, la dignità della persona.
Oggi, circa sessant’anni dopo, serve ancor più autonomia di giudizio, pensiero riflessivo e critico. Immersi in una sollecitazione mediatica, in cui il web, la “grande ragnatela mondiale” di internet, e i social network sono sorvegliati da “gruppi di controllo”, è in gioco la libertà effettiva del nostro pensiero.
Claudia Piccinelli