Una fotografia
delle nostre scuole
Nel suo reportage sulla scuola (#lacattivascuola. Un’inchiesta senza peli sulla lingua, Jaka Book, Milano, 2015, pp. 115, € 12,00), Alex Corlazzoli, insegnante, giornalista e scrittore dichiara di aver seguito le orme del grande giornalista e saggista polacco Ryszard Kapuciski, nell’accurata ricerca di documenti, raccolta di materiale, conversazioni e osservazioni sul campo. Con taccuini, penna, macchina fotografica intende svelare l’altra faccia, quella che non si vede, per provocare un dibattito più ampio sulla natura della scuola pubblica italiana.
Emerge una scuola con gravi ferite: oltre il 70% degli edifici presenta lesioni strutturali. Soprattutto bollino rosso per le Regioni del Sud: solo tra Calabria, Campania e Sicilia, 12.965 istituti in caso di terremoto potrebbero subire gravi danni. Secondo il rapporto sulla sicurezza e la qualità della scuola di “Cittadinanza attiva”, tra settembre 2013 e agosto 2014 si sono verificati, al Nord come al Sud, trentasei casi di cadute di solai, tetti, controsoffitti, distacchi di intonaco. Trentanove ragazzi hanno perso la vita. E mentre le scuole crollano, il Miur attiva convenzioni con le multinazionali. Come la Dusmann, ma non è in grado di provvedere alla manutenzione degli infissi. Si registrano storie di mancata integrazione. Se gli alunni con cittadinanza non italiana sono 802.844, il 9% del totale degli studenti, l’ultima riforma della “Buona scuola” di loro non parla. Una sola citazione del termine stranieri. Eppure, nei dati recenti riportati dalla fondazione ISMU (Iniziative e studi sulla multietnicità), alle superiori percentuale con ritardo didattico degli alunni con cittadinanza non italiana sale al 65,1%, a fronte del 23,3 % degli alunni italiani.
Intanto, all’inizio di ogni anno scolastico, genitori o sindaco alzano le barricate. Come è successo a Corti, frazione di Costa Volpino nel bergamasco, troppi gli stranieri seduti tra i banchi. Oppure a Landiona, seicento abitanti in provincia di Novara: i genitori ritirano da scuola i loro figli perché non è piaciuta la presenza di bambini rom in classe.
Invece, chi vive la scuola senza rassegnazione si rimbocca le maniche: alla primaria Coletti di Treviso, si segnala che tra le attività didattiche dell’ istituto è stato inserito un corso di lingua araba grazie al finanziamento sostenuto dal governo del Marocco e all’associazione InterMed Cultura.
Tuttavia, il quadro mostra una scuola italiana ancora gran parte vietata alle persone diversamente abili. Nel campione di scuole monitorate, non tutti gli edifici hanno l’ascensore, nel 20% dei casi non è funzionante, con pulsantiere non all’altezza della carrozzina nel 13% dei casi. Ancora troppe scuole presentano barriere architettoniche in palestre, aule computer, biblioteche e spesso mancano i servizi igienici per persone disabili. Secondo l’Istat, il 10,8% degli alunni diversamente abili della scuola primaria ha cambiato insegnante a lezioni avviate, così l’8,8% alla secondaria di primo grado.

Ma la buona scuola la fanno proprio loro, i ragazzi, ogni giorno. A Trenta, in provincia di Cosenza, non si è riusciti a trovare un autobus con pedana per il compagno disabile. Tutti i bambini della scuola primaria rinunciano all’uscita didattica. Una lezione di vita -commenta l’autore- hanno messo al centro la priorità dell’integrazione.
La fotografia delle nostre scuole, inoltre, rivela che non sono ancora completamente connesse. Docenti costretti al nomadismo didattico per poter fare qualche lezione nella sola classe dell’istituto dotata di una lavagna interattiva multimediale. Oltretutto, infrastrutture digitali, aule cablate possono aiutare anche le scuole più piccole di montagna o in località disagiate o delle isole a sopravvivere, oppure garantire lezioni condivise in videoconferenza, mettendo in relazione più classi appartenenti a istituti scolastici diversi.
Il reportage focalizza altresì una scuola agonizzante: pur di racimolare strumenti didattici, si è venduta ai privati. Esempi: “Insieme per la scuola” promosso dalla Conad e “Coop per la scuola”. Con la gara al bollino, ogni genitore può dare il proprio contributo. Se non fosse che servono 45.000 bollini, cioè 45.000 euro di spesa per “vincere” un personal computer fisso minitower Hp, mentre due tastiere e due mouse, nel catalogo Conad, valgono 5.250 euro di spesa. La rivista “Altreconomia” spiega che il supermercato investe in questa iniziativa il cinque per mille dei soli incassi derivanti dalla spesa delle famiglie partecipanti, a fronte di una massiccia campagna pubblicitaria gratuita che le scuole pubbliche, il Ministero e i giornali gli stanno regalando.
Sottolinea Corlazzoli: non certo le riforme calate dall’alto salveranno la scuola. La salva chi la vive e ci deve fare i conti tutti i giorni. Come a Tiezzo, a Camponogara e in tante altre realtà scolastiche dove i parenti hanno messo mano al portafoglio, cablato le aule e acquistato tablet.
Tuttavia – si potrebbe aggiungere – la scuola, nell’era digitale e della comunicazione virtuale, perché sia davvero buona, dovrà saper stimolare un pensiero riflessivo e critico, vero contrasto all’omologazione. Far leva sulla capacità empatica di tessere relazioni autentiche, per aiutare a comprendere le ragioni dell’atro. Puntare sulla solidarietà come espressione libera e volontaria della socialità umana, affinché ognuno possa mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze in modo altruistico e disinteressato. Una scuola che permetta di continuare a sognare e alimentare entusiasmo, per credere che davvero un altro mondo sarà possibile. Magari proprio a partire dalla scuola.
Claudia Piccinelli
vedi link: Rassegna libertaria