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Gianluca Gabrielli, Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento

Scuola/
Quando si insegnavano militarismo e obbedienza (ma anche oggi…)

Nello spazio chiuso delle aule come in piazza, nell’associazionismo scolastico e extrascolastico, la scuola rappresenta un ambiente privilegiato per il controllo, la nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia.

Il saggio divulgativo e ben documentato di Gianluca Gabrielli (Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento, Edizioni Ombre corte, Verona, 2016, pp. 127, € 13,00) accompagna una mostra curata dallo stesso autore e distribuita da Pro Forma Memoria. Il percorso attesta il coinvolgimento di bambini e bambine, adolescenti, presidi, insegnanti e famiglie attingendo a fonti iconografiche, giornalini e quaderni con copertine illustrate, carteggi epistolari gestiti dalle scuole, riviste per docenti, registri personali, resoconti, circolari ministeriali, libri scolastici prodotti nella prima metà del Novecento.

A partire dalla guerra di Libia, la rivista laica “I diritti della scuola” recepisce il messaggio degli insegnanti pronti alla sottoscrizione per donare aeroplani, sollecitati dal mito tecnologico della guerra aerea, e la posizione dei docenti favorevoli alla solidarietà patriottica e inclini a sollevare dubbi negli allievi.
Nel “Corriere dei piccoli” la guerra è presentata come giusta, ma cosa da grandi. Tuttavia, nell’ultimo anno della Grande guerra l’interventismo condiziona l’infanzia, destinataria delle storie. Il personaggio Italino ne è il protagonista. Viene istituita l’ora settimanale dedicata al conflitto in corso, ma si sollecita anche il conforto ai soldati con lettere, e l’elaborazione collettiva del lutto.
Comitati di organizzazione civile, patronati, maestri volontari e associazionismo femminile si occupano della tutela e assistenza dei bambini nel periodo estivo.

Con l’avvento del fascismo al potere, l’etica della violenza e la celebrazione della guerra fondano la pedagogia politica e sociale del nuovo stato. La propaganda entra nello spazio della vita scolastica quotidiana. Circolari ministeriali e richiami in ogni libro di testo trasmettono ai piccoli balilla il modello delle squadre fasciste. Nel 1923, l’applicazione della riforma della scuola di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo Radice è piegata ai fini propagandistici del fascismo, a partire dall’alzabandiera e dalla esaltazione della morte eroica.
La politica di potenza e di conquista territoriale premia nuzialità e natalità, e tassa i celibi. Un intervento eugenetico per migliorare la stirpe istituisce colonie estive ed elioterapiche. Più tardi, nell’ambito di simbologie infantili, la pubblicità di ricostituenti e integratori alimentari come Nucleon e Ovomaltina riprodotta sul “Corriere dei piccoli” richiama lo svago e la cura del corpo dei piccoli italiani.

Nel 1928, in stretto rapporto con il ministero dell’educazione nazionale e le competenze affidate all’Opera nazionale balilla, le due ore di educazione fisica sono propedeutiche all’uso pubblico di esercitazioni coreografiche. Il controllo totale del tempo libero contrasta eversioni dell’ordine sociale.

Bellicismo e militarismo nei curricoli scolastici sono proiettati oltre le discipline tradizionali. Nel testo unico per la scuola elementare la simbologia machista e guerriera infantile è rappresentata dai balilla in divisa. Il gioco della guerra, richiamo alla virtù guerriera, viene istituzionalizzato.

Nel 1934, sfumano i confini tra scuola e caserma. Con la nuova svolta militarista nei nuovi programmi di storia della scuola elementare, la voce conclusiva è dedicata alle forze armate. Un anno dopo, per la scuola secondaria, viene introdotta la materia cultura militare. Si intensifica la militarizzazione dei curricoli maschili: un nuovo decreto equipara gli ufficiali responsabili dell’istruzione ai membri del corpo insegnante.

Per la difesa della società civile dagli attacchi nemici, nelle scuole arrivano le maschere antigas e l’immaginario di guerra muta velocemente. Seguono esercitazioni antiaeree nelle scuole, documentate da foto di maschi in divisa militare e femmine vestite da crocerossine.

Nelle nuove adozioni del libro di testo di stato per la scuola elementare (1935- 36) il concetto di razza e di civiltà veicola quello della gerarchizzazione dei popoli. Sulle nuove copertine dei quaderni della serie “Abissinia” la pubblicistica propaga l’ostilità razzista contro il nemico. Ogni apprendimento allude alla marcia, alle armi, alla gerarchia della caserma. In materie come la fisica, dominano metafore in cui un plotone militare in marcia è accompagnato dalla didascalia “il passo romano di parata è un esempio di moto uniforme”.

La scuola è il primo settore della vita pubblica ad essere colpito dall’offensiva razzista del regime. Tra il 1936 e il 1938, la polarizzazione amico-nemico viene sancita dall’integrazione dell’educazione guerriera con lo sviluppo della coscienza “razziale”. Una circolare del ministro Bottai, in merito alla corrispondenza scolastica degli alunni italiani con indigeni dell’ Africa orientale, ammonisce: con i “sudditi inferiori” non si deve fraternizzare “perché i fratelli degli italiani sono solamente gli italiani”.

L’anno scolastico1938-39 inizia con l’espulsione dei nemici di razza interni per eccellenza, gli ebrei, biologicamente diversi e cospiratori ai danni della nazione. Libri di testo, carte geografiche, nomi delle scuole vengono bonificati dalla presenza di autori e personaggi ebrei. Durante il secondo conflitto mondiale, alta la mobilitazione quotidiana dei docenti impiegati nei nuclei di propaganda per attività di censura sulla posta ordinaria di cittadini e militari. A partire dal 1941, circolari ministeriali inducono le scuole a mantenere sostegno morale ai combattenti e la tenuta della società civile: lotta contro gli sprechi, raccolta di rifiuti per riutilizzarli, rivolta a maschi e femmine. Una marcata connotazione di genere riguarda le attività degli orti di guerra richieste ai maschi, alle femmine invece la “giornata del fiocco di lana”, per assicurare una sovrabbondante confezione di indumenti caldi.

Ma il mito di potenza della guerra è infranto. Con lo sbarco alleato, i bombardamenti colpiscono le scuole. A Gorla, nel milanese, il 20 ottobre 1944 morti oltre 200 bambini con le loro maestre. E non si contano gli orfani di guerra. In triste aumento i bambini mutilati per gli ordigni inesplosi. Nel secondo dopoguerra, anche le forze politiche più determinate accetteranno un silenzioso ripiegamento. I programmi di storia si fermeranno al 1918, anche autori ed editori sceglieranno la strategia del silenzio. La parentesi fascista poteva essere ignorata senza inficiare la comprensione del presente ignorando le responsabilità italiane nel secondo conflitto mondiale e i vent’anni di regime.

Ancora oggi la scuola di stato, attraverso le riforme, le linee guida, i programmi scolastici frutto di scelte politiche, condiziona l’immaginario collettivo e conferma la sua struttura piramidale e gerarchica, dalle dinamiche aziendalistiche, sempre più meritocratica, laddove invece si dovrebbero sperimentare dal basso spazi di democrazia, per promuovere piena autonomia e favorire la libertà dell’individuo.

Claudia Piccinelli

vedi link: Rassegna libertaria