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Lo “sguardo perso” di Simone Weil

Lo “sguardo perso”
di Simone Weil

La clown di Dio. A dispetto del titolo piuttosto bizzarro e delle aspettative di ilarità dell’incipit, la lettura del breve saggio di Monica Cerutti Giorgi (Edizioni Zero in Condotta, Milano 2013, pp. 105, € 8,00), risulta piuttosto ardua. Si legge: “Divertitevi! Divertirsi è cosa molto seria; richiede abbandono e impone disciplina. È una vera passione! Spossante, non c’è che dire: non so come, tanto meno perché, ma c’è gusto”. Al termine della lettura – e concluderla è già un bel traguardo – più che divertiti, si arriva spossati. Ancora: “Qualcun altro ha esclamato: Convertitevi! No, dico: Ricreatevi e divertitevi”. Le esortazioni dell’autrice, purtroppo, non sono accompagnate da uno stile agile, accattivante, coinvolgente, intrigante. E forse questa è la grande pecca. Pertanto, sarebbe stato interessante riuscire a restituire quella leggerezza – propria di una clown di Dio – capace di trasportare su questioni serie, ma con il giusto distacco. In questo caso, il sano divertimento sarebbe stato assicurato e il pubblico di lettori potenziato e appagato.

Tuttavia, con sforzo empatico si può entrare nell’orbita dell’autrice e lasciar fluire, a nostra volta, quei rimandi che la lettura stessa, comunque, suscita. Anche perché l’idea generatrice è degna di interesse.
Monica Cerutti Giorgi dipinge una clown goffa, strampalata, scoordinata. Un’aria estraniata dallo sguardo perso. Maldestra e ironica verso la sua fragilità, ma permeata da una grazia intima, pura. Pensatrice poetante. Visionaria. Creatura celeste. Profeta del presente. Indomabile. Ma è ancora più curioso se in quei panni misteriosi troviamo M.lle Simone Weil. A Le Puy, quando si mette alla testa del movimento dei disoccupati, è la Vergine Rossa. Oppure per strada è l’Anticristo. Ma farebbe pensare anche a una moderna Pulzella d’Orléans.

Lei è una paracadutata sulla scena del mondo da un Dio acrobata che la caccia per amore. Nella vivace colorata grafica di Mariella Bernardini, la funambola dai tondi occhialetti da miope, “in divisa scura da operaia-miliziana anarchica” rimane sospesa. I fili la trattengono, mentre dietro, nell’alone dai contorni di luce c’è ancora lei, estranea e altra da sé. E questa prospettiva inedita di Simone Weil risulta davvero accattivante. 

Tuttavia, la scrittura di Monica Giorgi andrebbe ulteriormente alleggerita da virtuosismi e dotata di maggior chiarezza, ritmo e colore. In tal caso, si potrebbe prestare a una riscrittura per la scena teatrale, a più voci. Ma presupporrebbe sempre un lettore-spettatore disposto a farsi agile acrobata, per seguire senza perdersi la labirintica traiettoria tempestata di concetti densi, concisi, ripresi, sospesi. Pena l’abbandono della scena. Infatti, l’autrice si accorda con lo stile da equilibrista della scrittura weiliana e ci restituisce un altro concentrato, un altro distillato puro. Da sorseggiare, con calma, a piccole dosi. Giorgi gioca con la prospettiva straniante della clown di Dio. Coglie ironia, humor, leggerezza che albergano negli scritti e nel temperamento di Simone Weil, la toccata da Dio, dalla follia d’amore. Davvero una mancanza che la scrittura del saggio non riesca a rendere questa leggerezza!
L’ispirazione latente è dichiarata nelle note: “Prendere sul serio quella dose di follia che ci è riservata nelle intuizioni più felici”. Con riferimento a uno scritto freudiano, è il sottofondo che accompagna la scrittura del saggio. L’autrice individua “il tratto d’inizio alla vita simbolica” fin dai primi scritti.
Ancora bambina, la trasformista clown di Dio si cuce addosso il costume di un lutin du feu, piccolo demone alla buona, scherzoso, capace di rendere ridicole le cose serie. Arma tuttavia capace di trasformare l’ingiustizia in giustizia, la follia in verità.

Ma lei è anche un fruit foll, frutto bacato, umile. Tuttavia capace di una conoscenza immediata, intuitiva. La sventura, la mancanza, diventa un eccesso di ricchezza. Perché i folli hanno un bisogno distruttivo: fame e sete di giustizia. Hanno fame d’amore. Così si fa complice degli ultimi, dei diseredati e invita ad ascoltarli nella loro verità.
Anche negli scritti della maturità, Giorgi coglie l’intuito profetico, e quella dose di follia che fa abbandonare lo slancio intellettualistico per fare esperienza fisica, esserci in presenza. Entrare dentro le cose. Per essere e sapersi operaia, oppure contadina, ri-orienta i fili del suo paracadute per approdare nella bellezza dell’esperienza in fabbrica e di vendemmiatrice. Non basta.
Durante la crisi dei Sudeti, la filosofa militante vuole essere dentro lo scenario, paracadutata a Praga dove erano in corso scontri tra polizia e studenti. Prevalgono i doveri verso l’essere umano. Intuisce la forza dell’azione. “Parto per la Spagna”. Vuole vivere la vita, alla ricerca della verità dentro l’esistenza. L’intellettuale interventista sceglie di esserci tra gli operai e i contadini nelle loro rivolte sociali. Si arruolerà nella Colonna Durruti, sul fronte di Aragona, durante la Guerra civile spagnola. E, in seguito, in piena guerra elaborerà il “Progetto di una formazione di un corpo d’infermiere di prima linea” ispirato e agito sui dettami della più lucida delle follie: l’Amore. Servono fatti. L’arma vincente è la forza spiazzante del coraggio unito alla tenerezza materna. Le donne farebbero in campo quello che hanno da sempre saputo fare: esercitare il potere della cura. Simone Weil da donna ha saputo proporre un modello femminile di follia d’amore, come risposta alla ferocia inumana sul fronte dell’immaginario bellico maschile.
La prospettiva dalla quale l’autrice guarda alla clown di Dio consente di riconsiderare la peculiarità del sentire, esserci, amare propria del femminile. Peculiarità che va accolta per l’insita potenzialità di creare le condizioni per una vita più autentica, dotata di significati profondi, la cui verità è visibile nell’operosità dell’azione.

Per Mara Paltrinieri, nella sua nota conclusiva al saggio, Simone Weil, insieme a Etty Hillesum e Marìa Zambrano… obbedendo alla legge dell’amore sono le vincitrici della Seconda guerra mondiale. Si potrebbe aggiungere anche Frida Malan, figlia di un pastore evangelico valdese. Paracadutata al di qua delle Alpi, nelle Valli Valdesi sulla scena della follia della guerra, rappresenterebbe l’ emblema di un passaggio di testimone anche nel dopoguerra. Come in Simone Weil il suo amore per la giustizia non è disgiunto dalla libertà. E l’azione si rende concreta nella realtà delle piccole cose, dove è racchiuso tutto il grande sentire dell’amore. Amore, contagio benefico. Motore propulsivo dell’umanità.
Il saggio suscita un’altra sollecitazione. Poiché “i piani del paracadute non vanno a senso unico”, siccome alla follia della guerra si può contrapporre la follia d’amore, quale altra eredità ci viene lasciata oggi dalla clown di Dio? All’inizio del terzo millennio, il paracadute sospeso e distaccato aleggia sulla follia dell’edonismo consumistico. Ognuno è chiamato a dare il proprio libero consenso a un amore folle, capace di uscire dagli schemi precostituiti, che fagocitano tutto e tutti nel loro ingranaggio perfetto. Per tradursi in azioni concrete fatte di piccole cose, ma dalla forza straordinaria capace di grandi cambiamenti sorprendenti e incredibili, condizione per un nuovo umanesimo civile. E, per quanto possibile, con leggerezza. Proprio come tanti lutin du feu, e tanti fruit foll, sulle orme delle capriole della clown di Dio. Perché l’idea generatrice è originale e invita a sua volta a riflessioni che consentono di vedere oltre. E questo è il merito del saggio. 

Claudia Piccinelli

vedi link: Rassegna libertaria