Gemma ha vinto lo sradicamento. Nella comunità clarense che l’ha accolta ha ritrovato non la sua terra, ma un uguale sentire nel quale si è potuta riconoscere. Non senza fatica. La Grande Storia, ancora una volta, diventa vera quando riesce a vivere nelle vicende umane e nei destini anche di sofferenza che altri hanno scelto per noi.
Oggi, la testimonianza di Gemma vivifica quel passato, che scalcia da sotto la sabbia della terra istriana, perché vuole essere dissepolto e portato in superficie, per essere districato, conosciuto e capito.
Gemma Bernes, classe 1937, profuga istriana
Il mio “cason” con tre ettari di bosco è abbandonato. Se non mi faccio viva entro sei mesi non sarà più mio. Perché dopo sessanta anni che non ti fai viva, non si è più padroni. Non so se ritornerò. Non ci sono più ritornata. Andavo in una bella scuola italiana, grande, non so se c’è ancora. A Santa Domenica Visinada, vicino a Parenzo, a dieci minuti a piedi verso Castellier, su una collina. Anche le maestre erano italiane. Ci sono andata fino a quattordici anni, era obbligo e così ti facevano fare due volte la classe quinta. Io volevo andare alla scuola italiana, non mi interessava la scuola slava. Mio papà conosceva lo slavo, ma io non lo volevo imparare, non lo so nemmeno io perché.
Mia mamma era sempre nei campi a zappare. Nove ettari di terra con il “cason”, è una casetta per gli attrezzi, ma anche per il bue di dieci quintali, le capre e le pecore. Il “cason” è in pietra perché lì vicino c’erano le cave, e il tetto è di legno. Quando non lavorava in campagna, andava a Trieste a vendere di contrabbando i prosciutti e i salami, li metteva dentro uno zaino e chiedeva un passaggio ai camion. Anche mio papà lavorava in campagna. Ci impiegava un’ora e mezza per arrivare, con il bue e l’aratro di legno. Aspettava dall’ Argentina suo fratello Davìde, che aveva già deciso di andarsene e si era sposato là.
Gli aveva promesso dei soldi lo zio Davìde, servivano a mio papà perché anche lui voleva lasciare l’Istria, andare prima in Italia e poi in Argentina, con tutti noi, a Buenos Aires. Ma quello zio non si è più visto né sentito. E io andavo vicino al mare a respirare il suo profumo e vedevo le navi e sognavo l’Argentina. Mio papà ha fatto la guerra. Nel ’43 dopo l’armistizio è tornato a Santa Domenica di Visinada, a piedi. L’ho visto con le gambe grosse. Poi sono arrivati i tedeschi e si sono impossessati della mia casa. Arrivavano in dieci o quindici e facevano baldoria in casa e mi minacciavano – vai via tu!- Finita la guerra, comandava Tito. Sotto Tito dovevamo consegnare una parte del raccolto: uva, frutta, granoturco, frumento. Ordine governativo anche per il taglio del bosco. E poi, non capivo, ma stavano succedendo ancora brutte cose. Mio padre comincia a fare le carte per venire in Italia come profugo. Ci vogliono tre anni per avere il permesso di partire. Ogni volta che andava a piedi a Parenzo per le carte, veniva cacciato via a secchiate. Voleva andarsene, voleva andarsene. E dire che lì c’era il mare…

La partenza in cerca di un posto dove stare: da Udine a L’Aquila e poi Chiari, nel bresciano
Arriva il carro che ci porta a Udine. Faceva caldo. Il giorno della partenza la scalinata della nostra casa era piena di gente. Ci salutavano e piangevano. Invece mia nonna no, lei non partiva. E’ rimasta nel suo letto con il fazzoletto bagnato in mano. E non si voleva più alzare. Sul carro abbiamo caricato i bauli, la cassapanca bella della nonna, in stile veneziano, valigie di cartone con i vestiti e i prosciutti e la mia mamma li ha regalati a fettine a tutti quelli del campo. Io rimanevo seduta dietro, in silenzio con un groppo alla gola. Mi voltavo indietro per vedere ancora una volta la casa e forse la nonna che mi stringeva ogni notte nel letto e ci facevano compagnia. E guardavo la strada, i sassi, i campi, il cielo e pensavo che lì non ci sarei più tornata. Dovevamo andarcene. E basta.
A Udine, nel campo profughi di smistamento siamo rimasti un mese, vicino alla caserma dei militari. I soldati uscivano per guardare le ragazze, tutte giovani, ma vestite in qualche modo. Poi siamo stati trasferiti a L’Aquila sopra il monte, che ci volevano quindici minuti a piedi per arrivare in città. Ma mio padre voleva trasferirsi al nord, a Chiari nel campo profughi vicino a Milano. Sì perché mio padre conosceva bene quelle zone, ci era passato a piedi quando ha fatto la guerra. Così ha fatto domanda al “Comitato profughi”. Con la mia famiglia ho viaggiato tutta la notte sul treno a carbone in terza classe, con i sedili di legno.
In una ex caserma
Era il maggio del’54. In Piazza della Rocca a Chiari, ci siamo presentati al direttore della ex caserma “Eugenio di Savoia” al “77 Fanteria”, via Lupi di Toscana. Non avevamo niente. Bisognosi di tutto. A noi è andata bene. Gente brava, capiva. Ma il nostro pensiero era la nonna, la nostra bella casa grande e il “cason” con il bue e le caprette. E poi chi lavorava più la terra di mio padre? La stanza che ci avevano dato era stata ricavata in un corridoio frammezzato da pareti in compensato di faesite. Dormivamo in 18 mq in un letto a castello, io di sopra, mia madre e mio padre sotto e i miei fratelli in un altro castello vicino ai nostri. Una piccola parigina a legna, con i piedini di leone e il fusto di ghisa ci riscaldava. Sopra gli anelli della stufa si metteva una piccola pentola per scaldare le pietanze. Ogni volta, ad ogni boccone mi sembrava di riconoscere il sapore acido dei capuzi garbi, della cicoria col lardo e delle palacinche, le pietanze della mia nonna. Nel transito del corridoio, a metà si trovavano i lavatoi di graniglia, dieci lavandini. Dove prima si lavavano i soldati, adesso portavamo in una vaschetta i nostri piatti da lavare. Per la doccia, bisognava prenotarsi dal direttore -eh, già – eravamo più di trecentocinquanta. Prendevamo un sussidio perché intanto nessuno di noi lavorava.

Il lavoro a Milano …
Poi ho trovato anch’io lavoro, a Milano. Andavo a servizio in tre case. Due ore, due ore, due ore. Mangiavo in una latteria in via Procaccini. Dalla famiglia di Corso Buenos Aires a pranzo rimanevo da loro. Con i primi guadagni mi sono comprata le scarpe col tacco, un tailleur elegante di un bel color cenere. Dal parrucchiere ho fatto la permanente. Ma quando ero a servizio mi dicevano di vestirmi da donna delle pulizie perché non dovevo sembrare una ballerina. “Io sono straniera per voi, ma italiana per me” – dicevo. Invece altre volte mi piaceva dire:- “ Sono straniera, vengo dall’Istria, ma sono anche italiana”. Cominciavo a sentirmi come in una grande famiglia, mi volevano bene. Come Violetta, una bella ragazza bionda, anche lei una profuga. Passeggiavamo lungo il viale della stazione. Tutta la gente scendeva dal treno con la borsa. I treni erano sempre pieni di uomini che arrivavano in bicicletta da Castelcovati, Castrezzato, Comezzano, Rudiano, Trenzano, Berlingo e andavano a Milano a fare i muratori. Ma c’erano anche tante donne che andavano a servizio . Così ho conosciuto Amedeo. Aveva le scarpe bianche e nere a mocassino, camicia bianca e cravatta. Tornava da Milano. Faceva il muratore.
… e il matrimonio
-“Gemma era mora, bella, con i boccoli. A Pasqua l’ho trovata cambiata, non più con le calzette corte e la gonnellina, ma una bella ragazza da prendere in moglie. L’ho presentata alla mia famiglia e ho chiesto il permesso a suo padre”.
-“Mia mamma andava in giro per il paese e cercava di informarsi. Luigi Tansel, al curioson, aveva già parlato di Amedeo ai miei”.
-“Ci siamo fidanzati. Io avevo via libera, potevo entrare nella ex-caserma quando volevo perché tutta la direzione mi conosceva. Ci entravo fin da piccolo con mia mamma che faceva la lavandaia per il “77 Fanteria”.
-“A vent’anni mi sono sposata. Il giorno del matrimonio nel terreno davanti alla casa c’era tutto il bucato bianco delle lenzuola stese sui fili che sventolavano come bandiere nell’aria gelida. Era il 26 dicembre 1957, un lunedì.