Nel suo nome, l’inizio della storia. Nata in Australia, all’anagrafe, la sua mamma la registra come Concetta, nome della nonna paterna, morta giovane. Ma subito per tutti sarà Connie.
La incontro in una bella serata estiva. Sta innaffiando le dalie dalle corolle grandi e il rigoglioso recinto di siepe del suo giardino. Mi invita ad entrare e parliamo come se ci conoscessimo da sempre. Nel suo nome, l’inizio della storia. Nata in Australia, all’anagrafe, la sua mamma la registra come Concetta, nome della nonna paterna, morta giovane. Ma subito per tutti sarà Connie. A Melbourne frequenta la scuola paritaria cattolica “Sant’Ambrogio”. Ogni due anni di frequenza, sul libretto un accredito di denaro. Non riuscirà mai a ritirarlo. A settembre del 1970, a otto anni infatti approda in Calabria, terra di origine dei suoi genitori. Ma il lavoro fisso lo troverà al nord. Dal 1994 fa il medico. Prima come collaboratrice di ricerca presso l’Università di Farmacologia di Messina, poi sostituzioni di medico di famiglia a Oppido Mamertina, Varapodio, infine a Rovato. Dal 2007, medico all’ASL di Brescia e da qualche anno all’ ASST Franciacorta.
L’infanzia a Melbourne
“ A scuola si andava con la divisa a quadrettini bianchi e verdi. In inverno, la gonna blu stile college a pieghe con il golfino dello stesso colore, lo scollo a “V” e la cravatta blu con le righine gialle, uguali a quelle dello scollo. Ogni mattina ascoltavamo l’inno australiano e si marciava. Mi piaceva avere come compagna di banco una giapponesina. Orario continuato, con pranzo portato da casa. Il mio piatto preferito? Meat pie, una tortina di soffice pasta sfoglia ripiena di carne. Melbourne me la ricordo a Natale, in estate, con le grandi vetrine di cristallo addobbate di fiabe. Come la Bella Addormentata con i suoi personaggi colorati in movimento. Ogni vetrina un pezzo e così via, fino alla fine della storia. E tante luci. A Pasqua, invece, lo scambio delle uova di cioccolato, di tutte le grandezze, una ogni bambino. Le contavo sopra il mobile e ogni volta erano di più. Arrivata in Italia, vengo inserita in prima elementare. Ma io avevo otto anni. E i miei compagni mi prendevano in giro perché non parlavo la lingua italiana. Poi l’ho imparata, ma ho dimenticato quella inglese. Però al momento opportuno, come per incantesimo mi ritrovo di nuovo a parlarla in maniera naturale. Non so perché mi succede, ma è così.

Connie piccola, con i genitori a Melbourne
e poi in Italia …
“Mi è spiaciuto lasciare l’Australia. Sono balzata da una città di quattro milioni di abitanti ai duemila di Varapodio. In Italia era tutto così diverso! Mio padre ha girato l’intera Calabria per trovare i Kellogg’s, per la colazione con i cereali. E li ha trovati, ma dopo oltre due mesi. Mi mancava tutto. I giocattoli, bambole che camminavano, parlavano. Ho pianto tanto per avere la Diridiridoll. All’epoca era costata otto dollari con lo sconto! In Italia niente di tutto questo. Mi sono portata dall’Australia una cassa di giocattoli, tutti i bambini me li invidiavano.
…senza radici
Di dove sono? Io non mi sento di nessun posto. Non ho radici. Mi sento sospesa. Oggi sono qui, domani non so. C’è un vuoto, un tassello che manca. Dove vado ci sto, ma mi sento di passaggio. Dopo tanti anni, nel ’98 ci sono ritornata in Australia. E il viaggio da Melbourne a Sidney in pullman, in un pianto incontrollabile. La mia casa con le stesse mattonelle all’ingresso, la scuola e la strada dove giocavo a hula hoop. Tutto aveva perso la magia! Cosa avevano visto quei miei occhi di bambina? Gli stivali di lana di pecora, un boomerang dipinto col serpente e il canguro, il did-geri-doo, lo strumento musicale sacro degli aborigeni e un loro augurio di buona fortuna, è quello che mi sono portata via”.
Anni ’60. Caterina lascia la Calabria per l’Australia
Connie mi promette che mi presenterà la sua mamma. Ha molto da raccontare Caterina Pellegrino. Una donna energica e dal volto sereno, dalla stretta di mano decisa. Mi suona il campanello qualche giorno dopo Natale, con un vassoio di grandi zeppole profumate dall’ impasto farcito all’ acciuga, provola, tonno, olive, nduja, salsa piccante al peperoncino, ancora calde. E torroncini all’arancia, al cedro, linguine di scorza di limone e fichi ricoperti di cioccolato. Prelibatezze della sua terra, la Calabria. E’ contenta di dipanare i suoi ricordi. A mano a mano si affinano. A tratti, volti di persone incontrate si sovrappongono a nuove immagini. Una ne chiama un’altra, in una successione che non tiene conto di un prima o un dopo. A volte la memoria appare più nitida, come un fotogramma appena scattato. E’ piacevole ascoltarla, con quel suo tono pacato e ben modulato. Curioso sentire un lieve accento inglese quando pronuncia alcune parole. E altre sono una mescolanza tra le due lingue. La sua storia parte da lontano, dalla Calabria degli anni ’60, quando in molti decidono di lasciare la loro casa per raggiungere l’incognita, affascinante, misteriosa terra lontana: l’Australia. Dall’altra parte del mondo.