L’iniziativa parte da Teresa Noce, subito dopo la Liberazione del 1945, con i treni della solidarietà carichi di bambini, in viaggio dal sud al nord, in un’ Italia ancora divisa e distrutta dalla guerra.Classe 1900, di povere origini torinesi, Teresa studia da autodidatta. Operaia tessile, sarà antifascista e partigiana. Estella, suo nome di battaglia, subisce la deportazione nel lager femminile di Ravensbruck come prigioniera politica e nel campo cecoslovacco di Holleischen. Liberata dai partigiani polacchi alla fine della guerra, rientra a Milano.
Donna dinamica, ottimista, sensibile, altruista non perde tempo. Dà vita a un’iniziativa di aiuto solidale per offrire sollievo e cura ai bambini milanesi orfani o molto poveri. Rivolge l’appello alle famiglie di campagna nei tanti piccoli e grandi comuni, dalla provincia di Ravenna a quella di Modena. Importante è superare almeno due inverni, poi i bambini sarebbero ritornati alle loro case. Sarebbe stato un lavoro di donne, tuttavia troverà il modo di mettere all’opera anche uomini. E nel suo piccolo ufficio “della stufa rossa”, per via di una stufa a legna di terracotta, ecco le donne al lavoro.La risposta è immediata. Grande l’impulso anche da parte dell’ Unione donne italiane (UDI). Così, dopo Milano, toccherà ai bambini di Torino.
Poi sarà la volta di Napoli semidistrutta dai bombardamenti, di Cassino rasa al suolo durante l’avanzata delle truppe angloamericane, e poi Roma. In quasi due anni, i peggiori del dopoguerra, almeno 35.000 i bambini salvati dalla fame e dal freddo.

Le donne della Resistenza bussano di casa in casa
Solo una la parola d’ordine: solidarietà. Fin da subito rivela la sua forza. E diventa contagiosa. L’esperienza si ripeterà anche nel 1950, dopo i fatti del 23 marzo a San Severo, in Puglia. Alla rivendicazione di “pane e lavoro”, uno sciopero non autorizzato di braccianti viene represso. Una vittima, molti feriti. Uomini, donne, padri, figli, coppie di genitori -180 lavoratori della terra- finiranno in carcere nella vicina Lucera. E i bambini rimasti all’improvviso soli? Lugo di Romagna ospiterà i figli di San Severo, e anche le Marche si lasceranno sorprendere da questo slancio virtuoso. In Ancona è attiva Derna Scandali, la “pasionaria”, staffetta partigiana durante la Resistenza. Americo, il bambino suo ospite diventerà “il fiolo di Derna”, e resterà per sempre ad Ancona. Stessa mobilitazione in Toscana, a Colle di Val d’Elsa, e in Liguria. Davvero tante le donne coinvolte in una rete di Comitati per la salvezza dell’infanzia e Comitati di accoglienza. Sono donne della Resistenza: non hanno il timore di bussare di casa in casa, per chiedere di contribuire secondo le possibilità. Si devono distribuire cappotti in base alle taglie, cucire i numeri corrispondenti agli elenchi e alle schede sociosanitarie. Ma nessuno l’aveva previsto: le madri tolgono i cappotti ai figli saliti sul treno, per darli ai figli rimasti a casa. Si tocca con mano la generosità corale delle famiglie contadine. L’ incontro con la “arzdora”, la “residura”, la padrona di casa, con sempre quel di più offerto dalla campagna. Anche in tempo di guerra per sfamarsi, contavano su una mucca, un vitello, le galline, le uova.
Dalle sezioni di campagna dell’UDI, la raccolta di grano portata alle altre sezioni si scambia in indumenti. E si imbandiscono mense per tutti. Ma le donne dovranno combattere l’ ostilità degli uomini impegnati nelle attività sportive, fonte di denaro ritenuto più utile in quel preciso momento storico. La mensa per tutti i bisognosi considerata, invece,un’attività in perdita.
Il cibo colma le distanze
Testimoniano Irma Sirioli e Ida Cavalli, tra le più attive e combattive militanti dell’ UDI di Lugo : il “fare” delle donne è disinteressato: “era politica quotidiana e non solo ideologia”, un impegno sofferto. Molte le diffidenze delle famiglie del sud: “ per loro, noi eravamo gente che mangiava i bambini”. E la difficoltà per l’uso dei dialetti: “i bambini credevano davvero di essere arrivati in Russia”. Poi l’accoglienza di un letto caldo, vestiti nuovi, babbucce e scarpe, golfini fatti a mano, un bel piatto di tagliatelle fumanti tirate con il matterello. Per il piccolo Franco sarà il profumo del brodo di cappone e dei cappelletti, per altri il gelato, o il cioccolato -mai assaggiati prima- a conquistarli. In quel cibo, nella cura del gesto quotidiano si colmano le distanze. Ritrosia e diffidenza lasciano il posto a legami profondi imprevedibili, tra famiglie lontane che ancora oggi si incontrano.
Accanto alle organizzatrici, alle militanti politiche, nella loro casa donne anonime senza far rumore offrono gesti quotidiani di cura e insegnano al resto della famiglia a “prendersi cura” di questi nuovi figli e fratelli con un’attenzione particolare, senza risentimenti o gelosie. E ancora balletti, commedie, danze e canti, feste nelle piazze intorno all’albero di Natale illuminato e ricco di doni offerti da tutti i negozi. Gesti capaci di vincere l’indifferenza e aprire la strada a un altro mondo possibile.

Anche i clarensi, gente solidale
Pure la comunità clarense ha saputo mobilitarsi in una iniziativa di grande solidarietà. E’ successo anni prima, in seguito al disastro del Gleno, in Val Camonica. L’ 1 dicembre del 1923 una diga non ancora ultimata cede e travolge paesi e frazioni. Chiari si mobilita con collette, fondi a favore delle popolazioni colpite. Famiglie a brandelli travolte dalla disgrazia costrette a trasferirsi. Alcune anche a Chiari, con figli piccoli. E qualche clarense deve aver visto la tragedia, negli occhi spaventati di questi bambini di Gleno. Forse gli stessi occhi spaventati dei bambini dei treni, sopravvissuti ai bombardamenti a alla devastazione della guerra.
Claudia Piccinelli
Giovanni Rinaldi, I treni della felicità, Ediesse
Alessandro Piva, Pasta nera, docu-film